| Intercettazioni: no al carcere. L'Ordine applichi le sanzioni |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Martedì 17 Giugno 2008 01:13 |
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Nella mia duplice veste di giornalista e parlamentare non posso che essere doppiamente coinvolto nel dibattito intorno al Decreto sulle intercettazioni che dovrebbe prevedere addirittura il carcere per i colleghi che pubblichino stralci di conversazioni telefoniche. Se mi verrà chiesto di votare questa misura dal mio gruppo io voterò per disciplina ma anche perché ho anch'io la triste consapevolezza che oggi esista, a riguardo della interazione tra media e inquirenti, una emergenza reale. Sono però da sempre contrario per cultura a qualsiasi legge emergenziale, che si tratti delle aggravanti su certi reati o sulla messa al bando di determinate razze canine, e considero in ogni caso il carcere come una sanzione eccessiva. Come giornalisti dobbiamo purtuttavia evitare di incorrere nell'errore comune ad alcuni rappresentanti della corporazione dei magistrati e cioè ritenere che l'essere indipendenti significhi essere al di sopra delle regole. L'autonomia presuppone l'assunzione della responsabilità di un controllo sui propri associati secondo un principio sussidiario rispetto allo Stato, ma il presupposto dell'autonomia è che il controllo sia effettivo, reale e giusto. L'autonomia non è mai autonomia del singolo rispetto a tutto e tutti, poiché in quel caso è arbitrio.
In una società avanzata, come la nostra, è sempre disdicevole che lo Stato debba intervenire con le leggi nel campo dell'etica o dei comportamenti professionali. Per questo esistono gli Ordini e i codici deontologici, ma se gli Ordini e le associazioni di categoria non fanno il loro lavoro, per comodità o pigrizia, lo Stato si trova nella necessità di tutelare i cittadini dagli abusi professionali. La cittadinanza nel suo insieme e non il singolo, che quello è legittimo che venga tutelato - e lo è già - dalle leggi sulla diffamazione a mezzo stampa. Ciò che trasforma una corporazione in una casta è il potere. I giornalisti hanno una missione, che è quella di diffondere il più correttamente possibile la conoscenza della realtà ai cittadini, affinché questi possano, in possesso di una corretta informazione, farsi una opinione di come vogliano che sia gestita la cosa pubblica, opinione che esprimono col proprio voto. Questo è il fondamento elementare del vivere democratico. Ma i giornalisti hanno anche un potere, che è quello di scegliere cosa rendere pubblico e in che modo, il potere di dare e togliere legittimità, di dare e togliere la "fama pubblica". Questo è un potere del quale molti colleghi sono eccessivamente gelosi, perché li fa sentire al di sopra degli altri cittadini.
Ora, è evidente a tutti che un potere che rifiuti di essere regolato o limitato da altri poteri rappresenta un pericolo per la libertà di tutti. Così, la "libertà di informare" diventa il contrario della "libertà di essere informato" e la nostra professione, se mal espletata, può diventare, come nel caso della professione medica e di quella del magistrato, un pericolo per i cittadini. Qualcuno griderà alla censura, ma è per questo che esistono gli ordini professionali, per evitare che sia lo Stato ad intervenire. Impedire al medico pratiche non sperimentate è censura? Impedire al magistrato di condannare in base al proprio convincimento e in assenza di prove è una censura? E allora perché lo sarebbe punire un giornalista che diffonda notizie senza verificare le fonti, creando allarme sociale o mistificazione della realtà? Noi non vogliamo che questo lo faccia lo Stato, vogliamo che lo faccia l'Ordine e che lo faccia la Federazione della Stampa. La sospensione dalla professione è, o dovrebbe essere, per chi ha scelto una professione, una sanzione più temibile del carcere. |
| Ultimo aggiornamento ( Martedì 17 Giugno 2008 01:14 ) |