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Non vivere secondo menzogna

Scritto da Marcello de Angelis, 14-09-2008 11:43

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Nella notte del 3 agosto è morto, all’età di 89 anni, il grande scrittore russo Alexander Solgenitsin. Se i tempi tipografici lo avessero consentito, questo evento avrebbe meritato una copertina. Eppure, bisogna avere una buona memoria per ricordare quanto la vita e l’opera di Solgenitsin abbiano segnato la nostra storia, perché negli ultimi anni anche lui era caduto vittima di una crudele quanto irragionevole congiura del silenzio.

Con lui, a volerlo ricordare, scompare uno dei più grandi testimoni del XX secolo. Una vita intera segnata da un indomabile coraggio e un’alta moralità civile e religiosa, da una profonda coerenza tra vita e opera intellettuale e letteraria, secondo la sua principale professione di fede: «Non vivere secondo menzogna».

Nei suoi romanzi ha raccontato in modo esplicito le terribili condizioni in cui si trovavano i reclusi dei gulag, i dettagli crudi della loro vita quotidiana e la realtà subumana dei campi di concentramento del “paradiso socialista” sovietico, dove lo scrittore fu internato per oltre 10 anni a partire dal 1945. Fu privato del nome e divenne il detenuto “SSH-232”. Ma egli, anche se prigioniero, rimase sempre irriducibilmente libero: il regime comunista voleva ridurre l’uomo a niente, annientare alla radice gli elementi costituitivi della sua verità. Nonostante tutta la sua violenza, è uscito sconfitto, fatto a pezzi dalla sua utopica e violenta presunzione.

Solgenitsin è stato lo scrittore che per primo ruppe il silenzio e fece conoscere al mondo l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Il suo primo romanzo breve, Una giornata di Ivan Denisovic, pubblicato nel 1961, fu un evento politico-letterario di straordinario rilievo.

È stato l’uomo che per primo ha mostrato la verità in tutta la sua crudezza. La verità che ci ha raccontato era la natura vera del comunismo: l’enorme mostro dell’universo concentrazionario che inghiottiva milioni di vite. Una verità immane che molti fecero finta di non vedere. Grazie a lui e alle sue pagine si capì che il grande esperimento del comunismo reale non era altro che una macchina di morte al servizio della tortura e di una brutale burocrazia carceraria. Ci volle il suo coraggio per dissolvere la più grande illusione della storia moderna. Possiamo parlare di un’altissima passione civile e umana che inchiodò per sempre alle sue immani responsabilità il sistema totalitario-inquisitorio creato da Lenin e da Stalin, ma anche i suoi supporter d’Oltrecortina. Nel 1970 vinse il Premio Nobel per la letteratura, ma nel 1974 venne privato della cittadinanza sovietica ed espulso dall’Urss. Fu costretto quindi a un doloroso esilio: vivrà prima in Germania, poi in Svizzera e infine negli Stati Uniti. Solo nel 1994, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, poté fare ritorno nella sua amata Patria. Ma Solgenitsin fu assai critico anche nei confronti dell’Occidente, delle sue scelte politiche e del materialismo consumista che, anziché liberare la sua Patria, mirava a dissolverla: «Il primo slancio della Russia, dopo la caduta dell’Urss, è stato di aprire il cuore all’Occidente, ma invece alcune forze dell’Occidente ne hanno approfittato per indebolire la Russia. Osservo in molti una grande gioia maligna per la disintegrazione dell’Urss; vedo i tentativi di favorire la secessione delle ex repubbliche sovietiche». Queste ed altre critiche finirono per alienargli molti sponsor occidentali, che speravano di fare di lui un testimonial politico.

Soltanto dopo il 2000 Solgenitsin si è in parte riconciliato con il suo Paese, incontrando per la prima volta il presidente Vladimir Putin. Nel giugno 2007, in occasione del conferimento del massimo premio di Stato per «i grandi risultati raggiunti in letteratura», pronunciò delle parole che possono essere considerate come un vero e proprio testamento spirituale: «Alla fine della mia vita posso sperare che il materiale storico, i temi storici, i quadri di vita e i personaggi da me raccolti e presentati, riguardanti gli anni durissimi e torbidi vissuti dal nostro Paese, entreranno nella coscienza e nella memoria dei miei connazionali (…). La nostra amara esperienza nazionale ci aiuterà nella possibile nuova ripresa delle nostre mutevoli fortune, ci metterà in guardia e ci terrà lontani da rovinose rotture».

Solgenitsin rimane un artista scomodo, non certo uno scrittore alla moda buono per tutte le occasioni. Perché lui va al cuore delle questioni fondamentali. Il suo attacco al totalitarismo rimane attualissimo, un attacco ad una certa idea di uomo che punta a sradicare ciò che nell’uomo vi è di più profondo e vero: la sua anima e la sua dimensione spirituale.


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Ultimo aggiornamento ( Domenica 14 Settembre 2008 11:49 )