| Gaza: una guerra inutile |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Martedì 03 Febbraio 2009 16:41 |
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L’anno si è chiuso ed è iniziato con quella che per gran parte dell’opinione pubblica è “la solita guerra tra israeliani e palestinesi”. È questo il primo dato innovativo da registrare all’indomani dei tragici avvenimenti di Gaza: la noia. Tante, troppe voci hanno esternato solo fastidio se non indifferenza dinanzi a venti giorni di distruzioni e morte. Non è un buon segno.
Chi ritenga che questa stanchezza si sia manifestata solo in un campo - quello filopalestinese, in passato molto più “rumoroso” - non si illuda. I sostenitori dell’indipendenza palestinese, infatti, hanno preferito tacere - ed attendere con il fiato sospeso la fine delle ostilità - per due fondamentali ragioni: la certezza che questa ennesima dose di morte avrebbe finalmente spianato la strada all’invio di una forza internazionale e l’altra - più ovvia - che questa guerra avrebbe influenzato le imminenti elezioni che si terranno sia in Israele che in Palestina, elezioni che mettono a rischio la sopravvivenza politica sia di Kadima che del partito di Abu Mazen. L’invio di truppe Onu è da tempo ritenuto l’unica garanzia di una possibile sospensione delle ostilità, ma era osteggiato sia da Israele che da Hamas. La comunità internazionale è da tempo giunta alla conclusione che le parti in causa non troveranno mai un accordo durevole e solo un intervento esterno potrà riequilibrare la situazione, ma sia gli estremisti palestinesi che quelli israeliani non desiderano interferenze o limitazioni. Ma tutti sapevano che una volta insediato Barak Obama sul seggio presidenziale questa ipotesi si sarebbe fatta molto più plausibile. La stampa israeliana aveva già pubblicato stralci di un rapporto commissionato dallo stesso Obama su come affrontare la situazione mediorientale. In questo rapporto - improntato al realismo e pragmatismo applicato dagli Usa in qualunque altra situazione di crisi - i consulenti proponevano un invio di truppe di dissuasione per pacificare la regione e il disinnesco della volontà eversiva di Hamas con la sua inclusione progressiva nei tavoli di trattativa, la tecnica cioè che ha già trasformato l’Olp da partito armato a partito di governo. Pensare che Hamas e il governo israeliano abbiano scatenato una guerra per alterare gli equilibri prima di arrivare all’ennesimo tentativo risolutivo da parte americana è triste, ma molto plausibile. Militarmente, la campagna contro Gaza non può essere considerata una vittoria né per gli uni né per gli altri. Come Tim McGirk scriveva su Time ben prima del cessate il fuoco, «il risultato dell’offensiva sarà una tregua insoddisfacente ottenuta grazie a una mediazione; questo lascerebbe Hamas ferita ma ancora viva e in grado di rigenerarsi e Israele solo provvisoriamente al sicuro». Nessun risultato, quindi. Quasi mille e cinquecento morti - inclusi quelli israeliani, in parte vittime della propria artiglieria - per tornare semplicemente al punto di partenza? Difficile resistere alla tentazione di un parallelo tra questa operazione - voluta dal presidente uscente Ehud Olmert - e la sua precedente avventura militare in Libano, considerata da quasi tutti un fallimento sia sul piano politico che bellico. In Libano, dopo il ritiro delle truppe israeliane, si è fatta strada la soluzione della forza internazionale di interposizione e il Partito di Dio, già presente in Parlamento e nelle istituzioni, ha non solo visto accrescere il proprio sostegno popolare ma ha addirittura ottenuto da larga parte dell’opinione pubblica il riconoscimento di aver salvaguardato l’indipendenza territoriale del Paese, riconoscimento che ha portato ad una distensione dei rapporti con forze politiche fino ad allora ostili e soprattutto con l’esercito, unica istituzione veramente garante dell’unità nazionale. Gaza è stata letteralmente rasa al suolo, quindi l’unica vittoria che Hamas possa rivendicare è quella di aver resistito all’annichilimento. Considerando le sofferenze patite dalla popolazione è difficile immaginare che il sostegno per il partito islamico possa esserne risultato accresciuto, per quanto stupisca il fatto che pochissimi cittadini di Gaza abbiano accettato l’opportunità di lasciare la Striscia. Tra le comunità dei profughi, e anche nella Cisgiordania governata da Abu Mazen, la solidarietà per le popolazioni bombardate ha invece già sortito l’effetto di uno spostamento di consenso a favore di Hamas, che peserà forse sulle imminenti elezioni. Tra breve, inoltre, cominceranno ad arrivare i fondi internazionali per la ricostruzione che, se gestiti dalla stessa Hamas, saranno uno strumento ulteriore di consolidamento e crescita di sostegno popolare. Per ora il governo israeliano ha avanzato la proposta - francamente di difficile realizzazione - di accettare una forza di interposizione purché sia della Nato e prevalentemente costituita da truppe Usa, e ha posto un veto sulla gestione della ricostruzione da parte di Hamas. Questa seconda istanza è stata colta al balzo da Abu Mazen, che si è offerto come garante proponendo la costituzione di un governo di unità nazionale con Hamas che possa gestire i colloqui di pace e la ricostruzione. Questo gli permetterebbe di riacquisire un ruolo internazionale e un riconoscimento popolare che rischia di venirgli negato nella eventualità di una sconfitta alle prossime elezioni. Una soluzione politica di questo genere potrebbe almeno evitare l’aggravarsi della situazione a seguito del possibile successo elettorale dei movimenti estremisti sia in Israele che in Palestina. Cosa farebbe infatti un governo israeliano ostile alle trattative che si trovasse Hamas al governo anche in Cisgiordania? Bombarderebbe anche Ramallah? È una possibilità che tutti vogliono evitare. |