| Solo tre parole? |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Lunedì 02 Marzo 2009 19:47 |
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Libertà. Curiosamente nella filosofia, come nella religione e nell’etica, la libertà individuale non è un valore. Nei classici la libertà è della polis e della res publica e i cittadini sono liberi perché sono cittadini di uno Stato libero. Il problema della libertà personale si pone solo in termini concretissimi: libero è il cittadino che non sia in condizione di schiavitù personale e politica, ma l’esserne privo è un problema che riguarda la dignità, non i rapporti sociali.
In termini religiosi la libertà è “accettazione” del volere di Dio o del Fato. Si è liberi dalle passioni, dai condizionamenti, dalle tentazioni o più semplicemente dall’invidia o la gelosia o dalle illusioni dell’esistenza. Questo vale in un certo modo per Platone come per Budda, per Spinoza come per Hegel. Paradossalmente, infine, quello che dà della libertà - anzi della “liberazione” - la declinazione più astratta e utopica è Karl Marx, che la descrive come un processo di affrancamento da ogni limitazione di carattere economico, politico e sociale e da ogni schiavitù del bisogno e del conflitto, per raggiungere una concreta autorealizzazione materiale e spirituale… Ma in politica - e già dalle remote origini - la libertà è una cosa tangibile. La libertà è innanzitutto ciò che fa da contrappeso al potere ed impedisce che finisca per essere tirannia e sopraffazione. E la libertà, come recita il titolo del bellissimo saggio di Quentin Skinner, esisteva prima del liberalismo. La concezione della libertà civile fonda le sue radici nella classicità romana e fu il cuore della riflessione politica di Machiavelli; a lui si ispirarono i “neoromani” inglesi del XVII secolo. La civitas è una persona morale composta da tutti i suoi cittadini; se la civitas è libera, i suoi cittadini sono liberi, altrimenti, se la città è dominata da altri che non i cittadini, la libertà personale, il poter fare ciò che si vuole, è solo apparente. Perché solo lo Stato può impedirti, con la legge, di violare il diritto e la libertà dei tuoi concittadini. Non c’è libertà se non è libertà di tutti. Hobbes ebbe a sostenere che rimaniamo liberi quando agiamo - volontariamente e quindi liberamente - in obbedienza alla legge, in questo parafrasando - forse involontariamente - Sant’Agostino, quando affermava che la vera libertà è fare, volontariamente e liberamente, la volontà di Dio. Libero non è chi può agire secondo il capriccio, ma chi ha la «capacità di stare in piedi con le proprie forze, senza dipendere dalla volontà altrui», come scriveva già Tito Livio. È per questo che oggi è inconcepibile parlare di libertà politica se non c’è libertà economica, proprio perché nella nostra visione, improntata al realismo e al senso di responsabilità, la libertà non è un concetto astratto ma sostanziale. E qualche volta, come espone con semplicità e pragmatismo il Nobel per l’economia Amartya Sen, «la mancanza di libertà sostanziali è direttamente legata alla povertà materiale, che sottrae a molti la libertà di placare la fame, nutrirsi a sufficienza, procurarsi medicine per malattie, vestirsi decentemente, abitare in un alloggio decoroso, avere a disposizione acqua pulita o godere di assistenza sanitaria… l’illibertà è strettamente connessa alla mancanza di istituzioni capaci di mantenere la pace e l’ordine a livello locale». Non si è liberi se si vive nell’insicurezza, non si è liberi se si ha paura, non si è liberi se qualcuno può arrivare un giorno e toglierti la pensione, la dignità, la serenità o addirittura la vita. Libertà è qualità della vita. Come sostiene ancora lo stesso Amartya Sen nel suo Lo sviluppo è libertà, «la crescita del Prodotto nazionale lordo o dei redditi individuali può essere un importantissimo mezzo per espandere le libertà di cui godono i membri della società; ma queste libertà dipendono anche da altri fattori» come un efficiente sistema scolastico o sanitario e la possibilità di partecipare realmente alle deliberazioni politiche e alla vita civile. La libertà di scambio è parte integrante delle libertà cui gli esseri umani attribuiscono valore, come asseriva Adam Smith, ma il meccanismo di mercato viene secondo rispetto alla libertà di scambio di parole, merci e doni. «Di fatto» conclude Sen, «rifiutare a un essere umano la libertà di partecipare al mercato del lavoro è uno dei modi per tenerlo asservito e in cattività». La libertà vera, dunque, è la libertà di intraprendere e portare a termine, secondo le proprie capacità e necessità. Procurarsi una vita dignitosa e il sostentamento per sé e per la propria famiglia, poter avere e dare speranza e prospettive. Sognare e realizzare un futuro migliore. Andare per la propria strada senza dare o ricevere fastidi da nessuno. Avere a disposizione dalla società i servizi necessari, ma anche avere la libertà di non usufruirne. La libertà non è poter fare - nel disordine - ognuno quel che gli pare, ma poter scegliere tra il maggior numero di ordini e opzioni possibili. A mio avviso, per attenerci all’attualità, è anche la libertà di scegliere di smettere di vivere, ma prima ancora avere la libertà di nascere, senza che questo diritto sia subordinato alla volontà di altri, fossero pure il padre e la madre. Nei tempi recenti, invece, le libertà private hanno ricevuto un’attenzione superiore alle libertà pubbliche, cosicché il dibattito politico e persino l’attività legislativa, non essendo in grado di affrontare e risolvere la domanda di libertà economica o sociale, si sono concentrati sulla liberalizzazione dei “comportamenti” o delle “tendenze“. In questa fase terminale - e speriamo “terminata” - dell’involuzione del dibattito politico, le “grandi conquiste dell’umanità” sono divenute l’aborto, la droga libera o il cambiamento di sesso, anziché la sicurezza sul lavoro, l’adeguatezza dell’assistenza sanitaria o la libertà di espressione, in questo caso tutelando forse la “libertà di informare” ma mai la “libertà di essere informato“. Nazione. Su cosa sia una nazione si è fatto un gran parlare; per noi è semplicemente la Patria. Non si può far finta di aver dimenticato quanto ampio e prepotente sia stato, nei decenni trascorsi, il fronte culturale e politico che riteneva i valori della nazione e della Patria addirittura da bandire dal lessico. L’identità nazionale è stata, per anni, ritenuta costrittiva e quasi meschina di fronte all’universalismo cattolico e all’internazionalismo comunista. È relativamente recente il risveglio dell’attenzione sui temi della nazione e della Patria, di poco conseguenti alla caduta del muro di Berlino, alla fine del comunismo sovietico e della logica di Yalta. Ma anche nel dibattito recente, i distinguo su quale “patriottismo” recuperare e in quali fasi o “parentesi” della storia fosse legittimo o illegittimo sentirsi una nazione, hanno impoverito e mortificato il senso di appartenenza dei nostri cittadini. La forza della nazione, invece, sta nella sua continuità. La debolezza dell’identità nazionale italiana è stata causata dalla continua necessità di operare salti logici e storici che hanno fatto della nostra memoria una “storia di nazioni” anziché nazionale. Sembra ad alcuni necessario che esista, ancor oggi, un’Italia fascista e una antifascista, una laica e una cattolica, una del Nord e una del Sud, una maschile e una femminile, una giovane e una anziana e ce n’è sempre una “nuova” contrapposta ad una “vecchia” che si vuole rimuovere e far scomparire dalla memoria. Tutto ciò impedisce che ve ne sia Una. E la nazione o è Una, o non è. Il “nazionalismo” - come lo codificò Enrico Corradini in una formulazione tutta italiana all’inizio del secolo scorso - è quella dottrina per cui la nazione viene considerata come un campo di raccolta; chi avrà cento, chi dieci chi uno, ma bisogna sapere che a raccolta maggiore corrisponderà una parte maggiore, che si abbia cento o dieci o uno. Difficile trovare declinazione più semplice e comprensibile dell’interesse nazionale. Tant’è che Corradini leggeva la tutela di tale interesse con i termini propri al sindacalismo: un sindacalismo della nazione appunto, con gli stessi termini, gli stessi toni e la stessa mobilitazione, ma non funzionali ad una lotta di classe “interna”, bensì con tutti gli italiani uniti per rivendicare dal mondo un maggior benessere e a tutelare i diritti di ognuno e di tutti insieme. Un messaggio semplice, che fece così breccia nelle coscienze degli italiani da condurre un sindacalista antimilitarista come Filippo Corridoni a trasferire la passione eroica che lo aveva visto in prima fila negli scioperi generali, nell’assalto delle trincee sul Carso. Un altro noto sindacalista rivoluzionario, Alceste De Ambris, così raccontò il suo sacrificio: «Il rivoluzionario dieci volte condannato per antimilitarismo è morto nella “Trincea delle Frasche” con la divisa grigio verde come sarebbe stato su una barricata, per la Causa che fu l’amore e lo spasimo di tutta la sua tormentata esistenza: il rinnovamento dell’Italia liberata nell’ora istessa da ogni oppressione o controllo straniero, come da ogni interna tirannia. La stessa febbre generosa, la stessa non mai saziata sete di giustizia e di sacrificio che lo aveva cacciato in prima linea negli scioperi e nelle rivolte di strada, nel carcere e nell’esilio, lo aveva condotto alla guerra e ne aveva fatto un eroe». L’amore per la nazione non concede egoismi di casta o di classe, di partito o di chiesa. A parte Dio, nulla è sopra la Patria. E la Patria è comunque un prodotto della provvidenza divina. Ma una Patria, riecheggiando il titolo di un libro di Galli della Loggia, può morire. Una nazione può essere assassinata o, più semplicemente, come scriveva Gian Enrico Rusconi, si può “cessare di essere una nazione”. «Quando la politica produce inefficienza e corruzione, si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione», si leggeva nel suo saggio del ’93. Cito Rusconi, tra i tanti che hanno trattato dell’argomento, perché in passato ho fatto riferimento al suo tentativo di rinverdire il “patriottismo della Costituzione” con scetticismo e forse addirittura un po’ di sufficienza. Le sue riflessioni sulla nazione, quindi, sono per me una conferma che viene da un parte altra e hanno il valore del buon senso e della lucida osservazione. È lui a dire che «una democrazia per funzionare ha bisogno di lealismo e solidarismo civico» e che «queste virtù civiche, nel cuore e nella testa della gente, non discendono semplicemente dal principio universale della cittadinanza, ma esigono l’identificazione con una comunità concreta d’appartenenza» e conclude che «tradizionalmente questa comunità, culturale e politica insieme, porta il nome di nazione». E io, personalmente, condivido ogni sua parola. Nella “Repubblica dei partiti”, alla perdita di “sovranità esterna” per le logiche del bipolarismo, corrispondeva una perdita di “sovranità interna”, perché l’interesse comune veniva subordinato a interessi di parte. Prevaleva a livello popolare il senso forte di “appartenenze separate” che escludevano il sentimento di una cittadinanza comune. Oggi, nel fallimento conclamato della globalizzazione, appare evidente ormai a tutti che la democrazia può realizzarsi pienamente solo entro il contenitore della nazione. E anche nel contesto continentale la sovranità nazionale è una risorsa della quale i governi europei non intendono privarsi. Popolo. Se la nazione è la comunità che travalica il tempo e lo spazio, unendo in un comune destino le generazioni passate alle generazioni future e tutta la loro storia, vissuta e ancora da vivere, il popolo è la comunità pulsante del presente. Se la nazione è l’anima, il popolo è il corpo che la contiene e la rende sempre viva in questo mondo. Un corpo che va preservato, curato, nutrito, vestito, ascoltato e di cui va preservata l’integrità e la dignità. L’amore per la nazione è un’astrazione intellettuale se non si accompagna ad un amore vero per il popolo. È come nutrire amore per l’umanità intera privando però dell’amore i propri figli. Il popolo “è” la comunità nazionale, la famiglia naturale - o anche adottiva - di tutti i cittadini. La solidarietà reale si manifesta nel popolo e per il popolo, perché non è un idea astratta, ma è fatta di persone tangibili e reali. E reali sono le loro aspirazioni come le loro delusioni, la soddisfazione dei bisogni e le sofferenze. Il popolo siamo tutti noi, con pregi e difetti, senza distinzioni di ceto o di classe, di età, di sesso o di residenza. Un fratello è mio fratello che sia nato a Napoli o Milano e non smette di esserlo se si trasferisce a Vancouver. E mio fratello è anche quello accolto nella mia casa perché ha perso la sua e ha scelto di vivere secondo i valori della mia famiglia e condividendone gioie e disagi, sconfitte e conquiste, diritti e doveri. Un popolo che vuole essere unito, così da essere forte. Un popolo libero e orgoglioso della propria identità nazionale. Un popolo solidale, in cui nessuno sarà mai più solo. |
| Ultimo aggiornamento ( Lunedì 02 Marzo 2009 19:50 ) |