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«Pensare in piccolo per diventare grandi» PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Lunedì 05 Aprile 2010 11:45

Intervista a Paolo Galassi, presidente di Confapi.

È questa la ratio per una produzione normativa rispondente alle esigenze e alle criticità dell’impresa piccola e media. Troppo spesso infatti la norma, concepita per la grande impresa, con eccessiva naturalezza viene semplicemente “riadattata” per le industrie medie e piccole. Con conseguenze gravi per la categoria.

Incontro Paolo Galassi fra una riunione e l’altra della commissione Bilancio della Camera, proprio nelle settimane in cui si discute di “Basilea 3” (ossia le nuove norme per l’accesso al credito) e dei suoi possibili effetti sulle nostre piccole e medie imprese (pmi), quel tessuto imprenditoriale che rappresenta circa il 94% dell’industria italiana, da tempo sotto i riflettori dei media in questo periodo di crisi che colpisce e mette in sofferenza una categoria della massima importanza per l’economia nazionale.

 


Puntiglioso, agguerrito, disincantato ma ancora ottimista, il presidente nazionale di Confapi (la Confederazione nazionale della piccola e media industria privata) rivoluziona il classico rapporto fra intervistato e intervistatore e mi saluta chiedendomi:

«Ecco, lei per esempio da che parte sta? Con noi o con chi si è dimenticato di noi? La nostra esistenza, la nostra attuale resistenza e il nostro progresso sono o non sono un bisogno prioritario di questo Paese?». Lo fermo e per il momento provo a sondare il perché dell’esasperazione imprenditoriale e associativa, cercando di parlare anche delle novità di “Basilea 3”, provando a contenere e circoscrivere sui motivi del credit crunch, le analisi in merito a ruolo e necessità di questa “ossatura” della nostra Italia produttiva.
120mila imprese iscritte, 2 milioni e 300mila lavoratori rappresentati: direi un punto di vista preferenziale per capire esigenze, proteste e possibili soluzioni per bypassare la crisi. Ma lei ,Galassi, che ruolo e che responsabilità imputa ai nostri istituti di credito in questa crisi?
Il 2009 è stato senz’ombra di dubbio l’annus horribilis per l’economia globale. Di conseguenza le piccole e medie imprese hanno subito cali pesanti per ordini e fatturato, addirittura fra il 30% e  il 60% e, come da copione, a fronte di minori garanzie, gli istituti bancari troppo spesso si sono tirati indietro. Pensi che, lo scorso anno, più del 30% dei nostri associati ha infatti segnalato maggiori difficoltà  nei rapporti con gli istituti bancari.
Ma senza le banche alle spalle a copertura (anche se parziale) del rischio d’impresa, come hanno fatto le vostre aziende?
Hanno perseverato, con quella “testardaggine” tipicamente imprenditoriale, come la chiamo io, propria di chi le prova tutte per non chiudere, per non licenziare, per non delocalizzare. Si sono arrangiati e hanno fatto sacrifici. C’è chi ha impegnato persino la casa pur di ottenere i soldi necessari per mandare avanti l’azienda. Perché allo sportello bancario, per avere qualcosa, bisogna mettere sul piatto garanzie reali!
E il primo trimestre 2010? Non mi dirà che l’anno nuovo e la crescita del 2,6% della produzione industriale misurata a gennaio scorso rispetto a dicembre 2009 (dati Istat), non hanno prodotto significativi benefici, riequilibrando almeno in parte i rapporti fra credito e impresa?
Devo dire che il clima è in parte più disteso. Dall’inizio dell’anno abbiamo notato una restrizione del credito meno intensa, anche se invece che con i dati - alcuni peraltro molto opinabili - invito sempre a misurarsi con i casi reali. Qui, sul campo, la situazione è più complessa: regna ancora l’incertezza perché gli effetti della crisi hanno determinato un inevitabile peggioramento dei rating delle aziende. Il paradosso è che, in questa fase di timida ripresa, ci siano aziende tagliate fuori dal mercato  pur avendo commesse, a causa della mancanza del  denaro necessario per acquistare le materie prime. I numeri sono importanti, ma non rappresentano le imprese nella loro interezza. Rimane approssimativo valutare il merito creditizio di una pmi solo in base ai crudi dati contabili, ignorando gli elementi delle nostre aziende che non si possono conteggiare, come il know how, la storia imprenditoriale, la potenzialità e la spinta innovativa.
Un’idea, allora?
Riforme coraggiose innanzitutto! Altrimenti la ripresa rischia di incepparsi. La moratoria su “Basilea 2”, assieme alla riduzione del carico fiscale, è una delle priorità per porre le basi della risalita, in quanto restituirebbe liquidità  nelle casse delle piccole e medie imprese manifatturiere, nazionali ed europee.
A questo punto parliamo anche di Europa. A maggio ricorre l’anniversario della prima settimana europea delle pmi. Lo small business act, adottato nel 2008 dalla Commissione europea, si ripromette di creare un contesto legislativo e amministrativo più favorevole alle pmi, eliminando gli eccessi burocratici che ne frenano lo sviluppo. Ormai quel “pensare anzitutto in piccolo” sta prendendo sempre più forma anche in Italia.
Confapi sostiene in toto l’intero documento e i suoi dieci punti. Questo principio - che gli anglofoni chiamano think small first - deve diventare, anche a livello nazionale,  la  ratio  per una produzione normativa  rispondente alle esigenze e alle criticità dell’impresa piccola e media. Infatti spesso la norma, concepita secondo un taglio adatto per  la grande impresa,  con eccessiva naturalezza viene  “riadattata” alle  industrie medie e piccole. Questo modus legiferandi ha comportato delle conseguenze gravi alle pmi italiane sia per gli oneri amministrativi,  sempre più gravosi, che per il tracciato di un percorso condiviso per predisporre soluzioni all’attuale crisi. Ma al governo italiano chiediamo anche di agevolare l’accesso delle pmi al credito, in particolare ai capitali di rischio, al microcredito e al finanziamento mezzanino e sviluppare un contesto giuridico ed economico che favorisca la puntualità dei pagamenti nelle transazioni commerciali. Crediamo che il governo debba sostenere, allo stesso modo come per un avvio di impresa, il trasferimento d’azienda tra familiari o a soggetti giovani, perché il passaggio d’impresa ben pilotato conserva in media più posti di lavoro di quanti nei crei l’avvio di una nuova. Mi piacerebbe maggiore consapevolezza delle istituzioni nel ritenere una fonte concreta  di aiuto al sistema economico il passaggio di consegne ai giovani imprenditori. Il governo italiano dovrebbe attivare sistemi di tutorato e sostegno e far sì che l’imposizione fiscale (tasse sui dividendi e sul patrimonio) non ne ostacoli indebitamente  il  trasferimento.
E dopo  “Basilea 2”  è in arrivo “Basilea 3”. Quali rischi corre il Sistema Italia?
Il problema vero sarà quello sociale. Le banche italiane dovranno compiere uno sforzo enorme per adeguarsi ai nuovi criteri e lo potranno fare solo ricapitalizzandosi e riducendo gli impieghi. Si prospetta quindi una stretta creditizia senza precedenti, a cui le piccole  e medie imprese potranno reagire con l’unica arma che hanno a disposizione: il taglio del personale. Saranno costrette quindi a fare una scelta autolesionista, perché i buoni collaboratori sono i motori delle nostre aziende.
Proprio adesso che in zone depresse e con impennate ulteriori di disoccupazione, come il Mezzogiorno, nasce la Banca del Sud…
Le nostre pmi vogliono la Banca del Mezzogiorno, per questo la Confederazione sta partecipando attivamente al progetto. Nei mesi scorsi abbiamo chiesto a 500 aziende del Sud del Paese un’opinione sulla nascita della Banca del Mezzogiorno. Il 65% delle aziende intervistate si è dichiarato favorevole, perché ritiene indispensabile la creazione di un nuovo istituto che  abbia  un forte radicamento territoriale e che possa rilanciare l’imprenditorialità. Il nostro Sud necessita di un sistema finanziario costruito sulla dimensione delle imprese. Non mi pare la situazione da Cassa del Mezzogiorno sovvenzionata, ma un’opportunità importante in un momento di grande trasformazione del mercato e dei flussi di traffico verso Africa e Asia. Faremo la nostra parte perché  “Basilea 3” non cancelli questa possibilità. Magari ci piacerebbe farlo assieme al governo, in un rapporto di pungolo e dialogo per riuscire a trovare insieme strumenti che permettano al nostro sistema produttivo di poter tornare a competere al meglio e quanto prima.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Aprile 2010 11:50 )