Home Archivio Articoli 2010 L’Italia si fa ORA
L’Italia si fa ORA

Scritto da Marcello de Angelis, 10-06-2010 09:21

Pagina vista : 705    

Pubblicato in : , Articoli 2010

 Le celebrazioni incombenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sono occasione d’inevitabile riflessione anche sul senso attuale dello stare insieme. C’è il rischio di perdere un’occasione, celebrando male. La conoscenza scarsissima della storia patria da parte della maggioranza dei cittadini si è già manifestata, purtroppo, anche a riguardo di questa ricorrenza. Aver incentrato l’avvio del processo celebrativo sulla figura di Giuseppe Garibaldi e sull’impresa dei Mille è una falsa partenza.

Veicolare l’informazione - errata - che nel 1861 l’unità d’Italia fosse compiuta è un grave autogol. Varrebbe la pena di mostrare, con delle mappe, che l’Italia del 1861 era ancora monca di Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli e l’attuale Capitale, per dare il senso di come la nostra Nazione sia stata, sin dall’avvio, un progetto in itinere. Varrebbe la pena di mostrare quando siano avvenute le ulteriori integrazioni territoriali e quanto siano costate in termini di sacrificio umano. Varrebbe la pena di ricordare i grandi momenti di mobilitazione che hanno segnato questo percorso e che sono stati, storicamente, i maggiori “picchi” di senso d’appartenenza e di “nazionalizzazione delle masse” italiane.

Varrebbe la pena perché, anche oggi, una grande mobilitazione di energie culturali e politiche a salvaguardia e rilancio della Nazione è necessaria e, se non spieghiamo a noi stessi e ai nostri figli come siamo arrivati sin qua, risulta anche difficile spiegare perché continuare. L’Italia è nata da un Nord industrializzato attratto dalla cultura dominante - che allora era quella francese - che procedette all’annessione e colonizzazione di un Meridione meno avanzato tecnologicamente, meno organizzato socialmente e privo di tutele internazionali, ma ricco di risorse e con una certa salute economica. Riaprire un dibattito su chi fossero i buoni e i cattivi, tra chi dice che il Sud è stato “liberato” dalla tirannia dei Borbone e chi rivendica la “resistenza” contro l’invasore piemontese è veramente di scarso interesse. Rilevantissimo invece è come sia stata gestita - cioè a singhiozzo - l’omologazione delle varie “parti” del territorio in una dimensione nazionale realmente unitaria.

Se solo fosse sufficientemente noto ai più che il Veneto venne acquisito nel 1866 grazie a un’alleanza militare con la Prussia a scapito dell’Impero austriaco, alleanza promossa sotto gli auspici francesi, l’amata retorica anti-crucchi dovrebbe andare a farsi benedire. Già all’indomani della prima fase dell’unificazione, con l’alternanza al governo della Destra storica (fino al 1876) e della Sinistra storica (fino al 1896) tutti i “mali” nazionali si manifestarono e in tutti i modi possibili: autoritarismo, corruzione, incapacità gestionale, trasformismo. Venticinque anni dopo l’unità, il sacco del Mezzogiorno, favorito dalle collusioni illecite tra ceto politico e potentati economici, aveva già condannato quella metà d’Italia a un’arretratezza congenita. E il secolo finì con il generale Bava Beccaris che sparava sulla folla che chiedeva pane… Ma, ciò detto e acquisito, il dato centrale resta: lo Stato italiano è in qualche modo nato e, da allora, è diventato la nostra Patria. Quello che già era da secoli in moltissimi cuori.

Curioso che nessuno - nei nostri insegnamenti scolastici - si sia soffermato a spiegarci il perché del termine “risorgimento”. Giovanni Spadolini sottolineò questa lacuna e cercò di darvi risposta. «Come poteva risorgere nell’Ottocento uno Stato italiano che non era mai esistito?» si chiedeva. Si rispose semplicemente: «In realtà risorgeva non lo Stato italiano, che non era mai nato, ma un’idea dell’Italia come comunità di lingua e cultura, con piena coscienza di sé, fiorita dopo l’avvento del volgare e con il contributo decisivo di Dante». L’Italia, come la Germania, nasce come nazione culturale, prima che come Stato.

Tra le tante cose che non si ricordano del processo d’unificazione dell’Italia, c’è l’unico esperimento veramente federale, quello neoguelfo abortito nel 1848, che spinse Pio IX a inviare addirittura truppe a combattere contro gli austriaci al fianco di Carlo Alberto, con la prospettiva di diventare lui stesso presidente di una confederazione di Stati italici liberati. La storia d’Italia, insomma, è sicuramente meno lineare di come semplicisticamente ci venga rappresentata. Non è certo il momento di riscriverla, in modo magari più dettagliato, ma omissioni e “parentesi” hanno dimostrato ampiamente la propria dannosa inutilità. Compresa la ridicola “rimozione” del fascismo - ridicola e quanto mai ipocrita - che ha portato tantissimi personaggi politici italiani a dover emendare il proprio passato - a partire dal citato Spadolini. L’Italia, come tutte le Nazioni, è cresciuta per fasi.

Oggi è quello che è, nel bene e nel male, in virtù di ognuna di quelle fasi. Se il sentimento d’appartenenza si è affievolito nella seconda metà del Novecento, è stato anche a causa dell’identificazione di ogni riferimento patriottico e nazionale con il Fascismo, sindrome in realtà ignota all’immediato dopoguerra, in cui prevaleva invece la retorica della “liberazione nazionale” e del “secondo Risorgimento”. L’antifascismo fondamentalista post-Sessantotto intendeva in realtà azzerare la Nazione con la scusa di “arginare” un ritorno al fascismo. Non è un caso che si sia dovuto aspettare il Terzo millennio per sentire parole come “Patria” e “Nazione” da esponenti della sinistra. L’Italia, insomma, non è stata unita nel 1861 e neanche subito dopo. La sua unità, come la sua dignità e la sua sopravvivenza, sono state messe in discussione spesso e il rischio di scomparire è stato reale. O di essere trasformata in una colonia da Terzo mondo.

Vogliamo ancora negarci che nel secondo dopoguerra - almeno fino alla fine degli anni Ottanta - la politica dei nostri governi e persino dei singoli partiti è stata controllata capillarmente da potenze straniere? Vogliamo negare di essere stati - e fino a tempi recentissimi - una nazione sotto tutela? Ricorderemo ancora a lungo il Craxi di Sigonella come un sussulto d’orgoglio nazionale. Che si voglia o no, i nostri nipoti leggeranno nei libri di storia che il primo governo Berlusconi venne affossato dalle pressioni di gruppi bancari stranieri. Questo ammesso che i nostri nipoti studino su manuali più affidabili di quelli che hanno i nostri figli, dove ancora si negano le responsabilità degli infoibamenti.

Era un’Italia compiuta quella che consegnò alla Jugoslavia la Zona B, con le sole proteste del Msi e dei monarchici, nel non tanto lontano 1974? Era l’Italia degli italiani quella che assistette muta alla genuflessione con bacio del presidente Sandro Pertini di fronte alla bara di Josif Broz Tito, lo sterminatore d’italiani? Diciamocelo francamente: l’Italia che c’è oggi, fino a ieri ancora non c’era. Dimenticarlo è da criminali. Scordarsi coloro i quali - pochissimi e perseguitati - finivano in carcere o al cimitero perché sfilavano con la bandiera tricolore, non più tardi di trent’anni fa, sarebbe una rimozione irresponsabile della memoria nazionale e una tacita falsificazione della nostra storia. Festeggiare l’Unità d’Italia come se fosse una realtà da un secolo e mezzo è sbagliato.

Celebrare il perdurare della volontà di esistere della Nazione, questo è giusto. Il ricordo di chi l’Italia l’ha voluta al prezzo della vita non si alimenta con le celebrazioni, ma con l’impegno attuale di onorare il loro sacrificio tenendo alto l’onore della nostra Patria, la dignità e la rispettabilità delle sue istituzioni, la salute e la libertà del nostro popolo. L’Italia non si dia per scontata. L’Italia non è stata “fatta”. L’Italia si fa ora.

Riporta questo articolo nel tuo sito Stampa Spedisci ad un amico Leggi tutto...
L’Italia si fa ORA
PDF
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 10 Giugno 2010 09:23 )