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Dopo di lui il Diluvio? PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Martedì 05 Ottobre 2010 19:46
Un capo, anche se solo, è sempre un capo. Poi ci sono i seguaci. Senza il capo i seguaci svaniscono. O trovano qualcun altro da seguire. Ci sono poi quelli che hanno la capacità - e quindi il dovere - di realizzare cose che durano nel tempo: partiti, nazioni, imperi... Che sopravvivono ai capi, ai re e agli imperatori. Per il bene di tutti  

In memoria della “classe dirigente”

«Il capo carismatico è un uomo dotato di una qualità ritenuta straordinaria da una pluralità di individui che, in base ad essa, lo riconoscono come leader».
Con questa definizione Luciano Cavalli, noto per i suoi studi sul carisma in politica, introduce il pensiero di Max Weber sul “capo carismatico”. Una descrizione che, evidentemente, a Silvio Berlusconi calza a pennello.
Il carisma - o piuttosto la sua “promessa” - necessita di conferma. E dopo la conferma, sancita dalla vittoria e dal successo, il leader conquista la fiducia e - spesso - l’ubbidienza incondizionata del suo seguito, quasi impaurito che la magica capacità di condurre alla vittoria si incrini al primo segnale di dubbio. Il capo carismatico ha una “missione” e, inevitabilmente, crea intorno a sé una cerchia di fedelissimi che sono lo strumento che realizza la sua volontà e, al contempo, il cordone sanitario che lo conserva.
Il capo carismatico si manifesta sempre in una situazione problematica, straordinaria, di “crisi”. Egli è portatore di nuovi valori e modelli di comportamento e grazie alla sua straordinaria personalità crea nei suoi seguaci un effetto di metanoia, cioè la conversione ai valori di cui è portatore.
Se un tempo il capo carismatico era una figura che veniva associata a regimi politici frutto di un forte pronunciamento, oggi è del tutto accettato rinvenirla in manifestazioni di “democrazia plebiscitaria”.
Silvio Berlusconi ha rappresentato indubbiamente una personalità-cerniera nella storia italiana. Qualunque cosa si pensi di lui e comunque vada, anche in futuro si parlerà di un’Italia “pre” e “dopo” Berlusconi.
Come sempre accade sono i suoi detrattori a registrare più fortemente la sua incidenza sui cambiamenti registratisi in Italia dopo la sua discesa nell’agone politico, in campo soprattutto culturale e cioè dei valori, del costume e della visione dell’esistenza.
Berlusconi è la novità della politica da ormai ben sedici anni. La lega di Umberto Bossi lo precede di cinque anni e il dipietrismo gli è sì successivo, ma del tutto conseguente: una reazione che trova senso nella sua esistenza e permanenza.
Non si tratta certo dell’unico leader contemporaneo italiano. Tutta la storia nazionale recente, dal tramonto dei partiti di massa di fatto iniziato negli anni Ottanta, è storia di leader. Persino Antonio Di Pietro è un leader nel senso inteso da Weber, un creatore di un modello al quale i suoi seguaci si uniformano. Pier Ferdinando Casini ha dato un nuovo significato all’accezione “democristiano”, non più solo cerchiobbottista e centrato nei gangli del potere, bensì, facendo di necessità virtù, centrista rispetto a due altri poli e mediano rispetto alle conflittualità, sperando di essere il famoso terzo tra i due litiganti.
A sinistra un leader di una certa durevolezza non emerge ancora, ma questo è perché a sinistra vale ancora la metanoia rispetto al modello culturale collettivo e questo impedisce che un individuo diventi determinante e trascinante nell’invenzione e realizzazione di un modello nuovo. In poche parole a sinistra sono troppo conservatori e troppo convinti di sapere cosa sia la sinistra da rimetterla in discussione, e troppo orgogliosi di essere di sinistra e convinti che l’esserlo sia una virtù sufficiente da riuscire a mettere in discussione se stessi.
In ultimo, ma non certo per importanza, c’è Gianfranco Fini.

Se avanzo seguitemi…
Fini è un altro capo weberiano e spesso usa lui stesso categorie weberiane. La ragione della sua crescita e della sua permanenza alla guida, del Msi prima e di An dopo, è stata la sua capacità di portare al risultato, seppur con alterne fortune. I suoi “strappi” e le sue fughe in avanti sono stati il modus con il quale ha trascinato obtorto collo i suoi seguaci ad adottare nuovi modelli e nuovi linguaggi che hanno permesso anche ai suoi avversari interni di allora di giungere al vertice delle istituzioni. Chi segue seriamente la politica sa benissimo che il Fini di oggi non è affatto diverso dal Fini dei primi anni Novanta, quando cioè aveva dietro tutti i ras ex missini nello slancio fuori dal ghetto e verso la conferma politica. Già allora, ad esempio, si dichiarava consapevole di essere considerato, nella triade Berlusconi-Fini-Bossi, «il più affidabile a sinistra». «Un paradosso» spiegava lui se stesso, «motivato però dal fatto che quando dico che io allo Stato ci credo, quando parlo di anima sociale della politica, quando dico no all’ultraliberismo, la sinistra sa che non mento».
«Fini è più creatura di Santoro, Deaglio e Funari che di Almirante e Mussolini» scrivevano Goffredo Locatelli e Daniele Martini in Duce addio del 1994, intendendo dire che anche Fini doveva alla sua capacità di bucare lo schermo il suo successo presso l’elettorato vasto, dal quale il suo partito d’appartenenza era sempre stato tenuto lontano.
Sempre da Weber, probabilmente - visto che ha studiato sociologia - Fini ha preso l’espressione “cesarista” con cui ha etichettato criticamente Berlusconi. Definizione corretta in termini scolastici, d’altronde. Weber definisce così la caratteristica del leader prodotto da una democrazia plebiscitaria: «Una specie di potere carismatico che si cela sotto la forma di una legittimità derivante dalla volontà dei sudditi». La premessa dell’autorità del capo “cesarista” è la responsabilità personale di cui il capo si fa carico rispetto ai destini della collettività, cui corrispondono  una libertà rispetto alle consuetudini tradizionali e la libera scelta di uomini e mezzi necessari a realizzare le promesse.
Berlusconi è tutto questo, un uomo che ha una visione propria del futuro, una libertà dalle consuetudini politiche che gli permette di pensare “oltre” la realtà istituzionale esistente e immaginare un assetto totalmente e a volte scandalosamente diverso da quello al quale tutti sono stati abituati. Da questo punto di vista può considerarsi un rivoluzionario, proprio perché privo della cultura storico-politica che ha fondato le odierne istituzioni, ma di cui si sono imbevuti giocoforza anche quelli che le hanno subite e che le ritengono comunque legittime.
In via di principio ci sono tre “fondamenti di legittimità” di un autorità politica. Il primo, definito “eterno ieri”, è la forza della consuetudine, la tradizione, che ogni nuovo capo carismatico, in realtà, vuole rivoluzionare in forza della legittimazione che gli viene concessa dal secondo elemento, cioè il “dono di grazia” costituito appunto dal suo “potere carismatico”. Il terzo, senz’altro, è il potere della legalità, quello fondato sulle norme, sulle regole razionalmente stabilite.
Se ci si ferma a ben guardare oltre le banalità imposte dai venditori di giornali, anche in questo quadro un conflitto di visioni tra Berlusconi e Fini c’era sempre stato; il primo convinto di trovare sufficiente legittimazione nel proprio consenso, il secondo da sempre cultore dei valori istituzionali.

Cambiare le regole
del gioco?
Berlusconi è sceso in campo senza conoscere le regole e gioca la sua partita per vincere. Ogni tanto si ferma e si mette a discutere perché non comprende come sia nata la regola del fuori gioco e a che cosa serva, oppure sostiene che il gioco sarebbe più fluido se si cambiasse il numero di giocatori, oppure la grandezza della palla. Tutti inorridiscono e - a maggior ragione - si coalizzano per cacciarlo dal campionato.
Come per tutti i capi carismatici, il suo cammino ha solo due possibili punti d’approdo: riuscirà nel cambiare radicalmente tutto e dimostrerà così che aveva ragione lui, o non ci riuscirà e allora i posteri diranno che ha cercato di sfasciare tutto ma per fortuna è stato fermato in tempo.
Berlusconi, come tutti i capi carismatici, è un sovrano assoluto. L’assolutismo dei Cesari può essere mitigato nel tempo, ma è una conseguenza fisiologica del carisma. Fini è stato un assolutista per quindici anni, dominando anche i suoi gerarchi con un potere di sintesi e garantendo l’unità del partito. Anche per questo molti suoi fedelissimi, una volta realizzata la traversata del deserto, non hanno aspettato molto per scrollarselo di dosso. Si tratta di una costante della storia.
Casini, seppur con fare moderato, è un capo assoluto. Nessuno sarebbe all’altezza di portare avanti il partito al posto suo. Bossi ci ha messo vent’anni per selezionare una squadra di dirigenti che possa fargli sopravvivere il progetto e, nel frattempo, ha esautorato i dissidenti e creato un partito vero e radicato.
Berlusconi questo non lo ha fatto. Molti grandi leader peccano da questo punto di vista e cioè utilizzano il loro potere di legittimazione e di selezione indiscusso per contornarsi di una corte anziché di una aristocrazia. Questo è uno degli elementi sicuramente preoccupanti per il futuro del suo progetto. Non è un problema da poco poiché, affinché la missione del capo carismatico abbia possibilità di successo, non basta la “dinamica del mutamento” messa in moto dalla magica fiducia in se stesso che è caratteristica dei grandi leader, bisogna prendere in seria considerazione anche quello che Cesare Cavalli chiamava «lo schema tripartito capo-élite-massa». Sembra uno schema vecchio, ma in realtà è di terribile attualità, perché l’elettorato contemporaneo non ha acquistato certo quella coscienza di sé che - scomodando Mosse - fa sì che la massa si trasformi in una comunità organica cosciente e pulsante in grado di determinare il proprio destino.
Il capo, come abbiamo visto, è sempre “il capo”. Esiste però il problema delle élite, che sarebbero quella cinghia di trasmissione che, caricata dell’energia carismatica del capo che legittima il cambiamento, dirigono la massa verso la trasformazione. «Sono le comunità capaci di autogoverno, non gli individui, che rappresentano l’unità base della società democratica» scrive Christofer Lasch. E non è un caso che lo scriva in un libro intitolato La ribellione delle élite. Perché le élite - che non hanno nulla a che fare con le lobby - sono quelle minoranza organizzate maggiormente sensibili e autocoscienti che accompagnano appunto le masse attraverso le trasformazioni.
Ogni rivoluzione - e ogni capo carismatico ne porta una dentro di sé - necessita di apostoli ed evangelisti che ne incarnino e ne proiettino l’immagine. Una rivoluzione i cui apostoli dimenticano che «la nobiltà è definita da ciò che pretende da noi, non dai diritti che ci conferisce» è destinata al fallimento.
In La politica come professione Max Weber prende in considerazione con grande anticipo l’eventualità che i dirigenti politici moderni potessero emergere dalla professione giornalistica. Purtroppo le considerazioni che fa sugli appartenenti a quella professione - e che trasferisce in potenza alle nuove élite politiche - sono avvilenti quanto attuali. «Il giornalista» scrive, «condivide il destino di essere privo di una precisa collocazione sociale (…) appartiene ad una sorta di casta di paria che viene sempre giudicata alla stregua dei suoi rappresentanti eticamente peggiori (…) poiché accade naturalmente che proprio le prestazioni irresponsabili, a causa della loro tremenda efficacia, restino impresse nella memoria». Weber, con poche semplici frasi, aveva già giustiziato sia la “casta” parlamentare che quella professionale che un secolo dopo si sarebbe arrogata il diritto di farne scempio in libri e giornali.
Purtroppo non possiamo negare il fatto che Berlusconi, che pure aveva già nel ’94 assicurato una ventata di rinnovamento - anche etico - nella politica italiana, non sembra essere riuscito a dare l’impressione di aver cambiato la natura dei rappresentanti da lui prescelti per dirigere e guidare il popolo che, in massa e rinnovatamente, gli ha dato fiducia.
Forse è anche dovuto al fatto che, per necessaria rapidità nel costituire la sua forza politica, ha dovuto “assemblare” anziché creare una classe dirigente. «Forza Italia» ricorda Sergio Bianchi in un brillante saggio purtroppo semisconosciuto intitolato La destra nell’epoca del leaderismo, «è divenuto un’uscita di sicurezza per tanti democristiani, socialisti, repubblicani (…) In FI il “vecchio” ed il “nuovo” si sono facilmente integrati, anche perché l’identità storica e le contraddizioni sono state arginate dalla forza mediatica del leader». Quelle identità plurali e altrimenti incompatibili convivono ancora e convivranno fintanto che la forza centripeta del leader le terrà insieme… poi, chissà?
L’aggiunta a questi spezzoni di “vecchio” di altri spezzoni di “antico”, quali quelli più o meno provenienti da An, non poteva essere facilissimo.
Gaetano Quagliariello - in Berlusconismo - definiva FI come «un movimento secolare alla ricerca del benessere individuale e del successo mondano», un’identità difficile da conciliare con quella di chi si definiva «una comunità di credenti e combattenti»… Parafrasando Hanna Arendt, viene da dire che più del «Male assoluto» sia da temere «la banalità del male».
Dopo l’attentato subìto dalle Br, Indro Montanelli disse - e come dargli torto? - che tra gli assassini e i ladri sono meglio i ladri (alludendo al malaffare politico diffuso). Il problema è che gli assassini sono stati sconfitti, uccisi o incarcerati per tutta la vita, i ladri invece si sono moltiplicati e ormai sono ovunque e a tutti sembra, di conseguenza, che rubare sia normale…

Quale leadership per il Pdl?
Il già citato Sergio Bianchi pubblicò il suo saggio nel 2007, prima cioè che il centrodestra tornasse a vincere e prima che nascesse il Pdl: la sua riflessione sulle opzioni di leaderismo a destra sono perciò ancor più notevoli. Analizzando il successo che a suo avviso omologava Prodi e Berlusconi, definendolo «leaderismo formale e commerciale» e «leaderismo mediatico», lo valutava come privo di prospettive di durevolezza in quanto non avente alle spalle la storia culturale di un partito di massa, né «una comunità, cioè l’élite che si è formata nei processi di lotta e ha maturato una profonda esperienza di direzione». A ben vedere, infatti, la dirigenza dell’attuale Pdl è emersa e si è consolidata nei ripetuti successi e ha come collante il potere; successi e potere che emanano solo e in toto dalla figura di Silvio Berlusconi.
Non è originale affermare che il Pdl sia un cartello elettorale, forte della sua comunicazione politica, capace di polarizzare e mobilitare di volta in volta l’elettorato, una struttura leggera, all’americana, con un’identità adattabile alle esigenze del consenso e alle strategie di “posizionamento”.
Una strategia che sin qui ha funzionato ma che è «attuabile solo laddove le élite dei partiti si suicidino», per restare alle parole di Bianchi, che conclude invece con la certezza che il modello di leadership delle destre europee sia tutt’altra cosa  e cioè, più weberianamente, una «guida» che nel partito radica la sua leadership politica e ha un compito molto più faticoso e complesso di quello di seguire le tendenze elettorali e i sondaggi.
Berlusconi forse durerà in eterno o, in modo più consono, verrà rapito al cielo. Ma potrebbe anche tra qualche anno decidere di ritirarsi dalla politica e godersi la pensione.

E il dopo?
A quel punto, che potenzialità di sopravvivenza avrebbe il suo progetto? Sopravviverebbe ancora «un partito di centrodestra a vocazione maggioritaria»? Chi potrebbe ereditarne la guida e con quale autorevolezza?
Il sindaco Alemanno, in piena crisi interna alla coalizione, prospettò a un quotidiano uno scenario post-Fini e post-Berlusconi con un Pdl retto da un direttorio di una decina di persone di cui, disse, anche lui si vedeva partecipe. Difficile da immaginare un partito che sopravvive al passaggio da una monarchia carismatica a un governo oligarchico, ma la politica è il regno del possibile.
Certo, se l’erede di Berlusconi era Fini ora non lo è più, e la grande pubblicità che ha fatto la stampa alla vicinanza del ministro Tremonti al partito di Bossi non ne rafforza certo la posizione. Ci sarà un erede investito ufficialmente come avvenne per Fini con Almirante? Con Fini funzionò perché un partito c’era e perché le possibilità dei notabili di quel partito di prendere strade separate erano molto ridotte.
A dirla tutta, si ha l’impressione che nel Pdl il dopo-Berlusconi non se lo auspichi nessuno perché nessuno è certo che gli sopravviverà. Dopo di lui il diluvio?