| Riprendiamoci Itaca |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Martedì 05 Ottobre 2010 19:48 |
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Ulisse perde la strada di casa perché alcuni dei suoi offendono gli Dei, ma anche perché ha il gusto di vedere cosa c’è oltre l’orizzonte. Nel viaggio si allontana sempre di più dalla sua meta, che è l’origine del viaggio. Alcuni dei suoi si trasformano in maiali, pur nella tragica coscienza di essere, dentro, ancora esseri umani. Lui stesso cede alle lusinghe di donne facili e ricchezze che gratificano la sua vanità e gli fanno dimenticare da dove veniva e dove era diretto. Alla fine si ritrova mezzo affogato e naufrago, non lontano da casa ma ormai privo di tutto, persino del nome. Accolto e ospitato da un re pescatore, sente narrare da altri la propria storia, come capita a noi ormai ogni giorno.
E finalmente piange. Ma non per sé: per tutti i compagni che ha perso lungo il viaggio, perché era a loro che aveva promesso il ritorno a casa, fallendo. Torna a Itaca infine, riconosciuto solo dal proprio cane. E trova la casa invasa dai Proci, che bevono il suo vino, mangiano il suo cibo, vestono le sue vesti, insidiano sua moglie e tentano di traviare suo figlio. Anche noi siamo partiti un giorno per andare a cercare lontano il diritto di vivere degnamente nella nostra casa. Ci siamo allontanati e ci siamo persi. Tornati, abbiamo trovato altri che avevano usurpato persino il nostro nome. Altri che a combattere non c’erano mai stati o che, spesso, avevano combattuto contro di noi colpendoci alle spalle. Ora vestono le nostre vesti, puttane vestite da Vestali, servi vestiti da principi e bari vestiti da sacerdoti. Noi non siamo più quelli che erano partiti. La nostra Patria non è più quella che abbiamo lasciato. La guerra è finita e noi, purtroppo, l’abbiamo vinta per altri anziché per noi stessi. Ma la nostra casa è sempre la nostra casa, dove i nostri padri sono morti e i nostri figli sono nati. Non si può lasciare a occupanti abusivi che la trasformano in stalla o lupanare. Lanciamo un bando a vecchi e nuovi Ulisse. Per tornare a Itaca e liberarla dai Proci. Cosa resta di noi Siamo legittimati. O meglio, ci ripetono, siamo “stati” legittimati. Qualcun altro - politici, storici e altre autorevoli personalità - ha graziosamente o saggiamente deciso di tirarci fuori dal ghetto dei vinti e dall’esilio politico a vita e ci ha, bontà sua, riconcesso di far parte della società civile della nostra nazione, restituendoci, infine e dopo decenni, i diritti politici. Noi chi? Oggi è diventato addirittura difficile dirlo, visto quanto lontano e confuso appare il senso di comune appartenenza che definiva anche solo l’esistenza di un “noi”. Noi sarebbe “la destra”. Ma quale? In che senso? Rappresentata da chi? Ora che a dare le patenti di destra e di sinistra sono ex iscritti al Pci o ex giornalisti che denunciavano i sospetti fascisti in redazione, ora che l’icona della destra, la sua profeta ultima, è la bravissima quanto comunistissima e ultra antifascista scrittrice Oriana Fallaci, risulta ancor più difficile dare un senso a questa definizione. In noi stessi, ancora un vago contorno di ciò a cui ci riferiamo s’intravede. La destra che intendiamo noi era quella di quando nessuno voleva dirsi di destra: i tanti, perché era più comodo accettare l’ideologia dominante che assegnava alla destra la polarità negativa; i pochi, noi, ai quali la definizione stava stretta perché non diceva nulla di noi e identifica il tutto in una sola parte. Stiamo parlando comunque di quel mondo umano e politico che, malgrado gli anatemi, la scomunica, la deprivazione della cittadinanza, l’identificazione ampiamente condivisa con il “male assoluto”, dalla fine dell’ultima guerra e per mezzo secolo ha rappresentato l’unico vero “altro” rispetto alla prima repubblica e tutto ciò che incarnava e imponeva. Una destra, come ricorda Luciano Lanna nella prefazione di Fascisti immaginari, sempre accompagnata da aggettivi, perché sempre insufficiente a trasmettere un’immagine completa e perché sostituiva tutto ciò che era divenuto “innominabile” perché riconducibile al nome del Diavolo: il fascismo. E così, su una corda tesa sull’abisso tra i simulacri del neofascismo e le frettolose fughe del postfascismo, abbiamo attraversato mezzo secolo per arrivare alla terra promessa della “legittimazione”, dove finalmente saremmo potuti essere noi stessi. E invece non funziona così, perché il tempo non è un luogo e perché anche i luoghi, quando passa il tempo e ci ritorni, non sono più gli stessi. Incredibile a dirsi, ma per essere nuovamente legittimati abbiamo prima dovuto noi legittimare tutto ciò che motivava la nostra esclusione e la nostra fierezza di essere esclusi. Prima di sentirci dire che anche noi eravamo cittadini della nostra Nazione, abbiamo dovuto dire che era giusto che non lo fossimo stati, abbiamo dovuto negare la ragione stessa che ci aveva fatto esistere e cioè la convinzione, corroborata nel senno di poi, che anzi solo noi eravamo cittadini pieni e consapevoli di una Patria che aveva rinunciato ad essere tale per una sconfitta che i più ritennero più comodo vestire con orgoglio piuttosto che rifiutare. Non portare sulla schiena il gioco del vinto è semplice: basta arruolarsi coi vincitori. Servi, collaborazionisti, lustrascarpe o truppe coloniali poco importa, basta dimenticare di essere mai stati dall’altra parte e accettare di essere sotto. Certo, è storia, noi eravamo quelli della “parte sbagliata”. Ma in guerra - in tutte le guerre - la parte sbagliata è semplicemente quella di chi ha perso. È l’inesorabile vae victis della storia. Il problema serio è che non c’era una “parte sbagliata”. La parte sbagliata è un’invenzione di quelli che dopo la guerra dovevano sostenere di essere stati nella - o almeno di essere passati alla - parte giusta. In realtà tutti sanno che non c’erano due Italie - almeno sino all’otto settembre - e che dopo quella data, in realtà e molto semplicemente, non ce n’è più stata una. Chi partì per combattere nella Repubblica sociale non aveva conosciuto altra realtà che l’Italia di Mussolini, quindi non aveva ragione di scegliere una parte, difendeva semplicemente l’unica realtà che conosceva. E sicuramente non c’erano due parti prima del fatidico golpe Badoglio. Eppure nel sessantesimo anniversario della battaglia di El Alamein, persino un ministro dell’allora governo di centrodestra, con scarso rispetto per i sopravvissuti e per i familiari dei caduti, parlò dei ragazzi «caduti dalla parte sbagliata», dimentico del fatto che la battaglia venne combattuta un anno prima dell’armistizio e cioè quando d’Italia, per tutti, ce n’era una sola; ed era l’unica Patria. Alla fine però, truppe straniere ci “liberarono” e fu data vita a una nuova Italia. Un’Italia contro la quale protestarono e combatterono quasi tutti e con ogni mezzo: con la politica, con gli scioperi, con la lotta armata e infine con la magistratura. Un’Italia, quella nata dalla Liberazione, sulla quale, anche a decenni di distanza, il meglio che si sente dire è che “poteva essere peggio” o che era “sempre meglio che avere la dittatura”. Un’Italia di cialtroni, inetti, ladri, corrotti e traditori, golpisti o terroristi, mazzettari e faccendieri. Ma sempre meglio della dittatura. Cosa che noi, che siamo nati dopo la fine della guerra, abbiamo sempre preso per buona. Ma abbiamo deciso comunque di combattere il male che avevamo nel nostro presente, mai giustificato dal fatto d’essere diverso da un passato che non ci riguardava. Così, essere contro chi negava il genocidio di italiani nelle Foibe e chi regalava, ancora negli anni Settanta, porzioni di territorio italiano a chi aveva vinto una guerra nella quale noi non avevamo combattuto, era sciovinismo fascista. Così, essere contro i ladri e i corrotti era essere per la dittatura. Non volere che la propria Patria fosse subordinata ai russi o agli americani era essere fascisti. Noi, in realtà, eravamo nati molto dopo, nei moti patriottici di Trieste del 1953, in cui persero la vita sei ragazzi che il fascismo ricordavano a stento e sui quali sparò la polizia della liberatrice Inghilterra, che aveva promesso Trieste all’alleato Tito. Da allora partì in tutta Italia un movimento di giovani che riscoprì l’onore e la dignità - oltre che la volontà - di essere italiano e continuò a combattere contro chi l’Italia voleva svenderla, lasciando molti morti per strada, fino agli anni Ottanta inoltrati. Poi, a un certo punto, per un cambiamento d’equilibri dentro e fuori la nostra Nazione, alcuni magistrati che fino ad allora nulla avevano subodorato del malaffare della politica italiana, si scoprirono in grado di scardinare in un battibaleno la consorteria di potere che aveva dominato per tutto il dopoguerra. E proposero se stessi e i propri amici in sostituzione, con nuove protezioni internazionali. Oggi - e non da poco - facciamo tutti riflessioni sulle figure che vennero abbattute da quel pronunciamento battezzato “Mani pulite” e su coloro che furono almeno gli epigoni di ciò che ormai anche nei libri di storia viene chiamata “l’era di Tangentopoli”. È giusto e logico farlo. Ma il punto è che facciamo convegni su Bettino Craxi ma ancora non si può intitolare una strada a Giorgio Almirante. Tutti vogliamo chiarezza sulle operazioni che portarono il Pool di Milano a radere al suolo i partiti che fino al giorno prima rappresentavano il popolo italiano. Ma a trent’anni di distanza - e non può non dispiacere - non sembra importi a nessuno fare veramente chiarezza sulla Strage di Bologna, che comodamente venne addossata alla cosiddetta “estrema destra”. Abbiamo un ministro della Giustizia tra i più capaci, coraggiosi e competenti, che affronta questioni scabrose con lucidità e determinazione. Ma la battaglia per dare verità e giustizia su chi fossero i carnefici e chi le vittime nell’Italia che abbiamo vissuto noi, non interessa. Forse non interessa un granché neppure a molti di quei “noi” che oramai, usciti dal deserto dove hanno seppellito le insegne e le uniformi per arrivare più velocemente e comodamente all’oasi, preferiscono metterci una pietra sopra piuttosto che rischiare di reimpolverarsi i vestiti. Eppure, proprio oggi, è più doveroso ricordare cosa siamo stati, da dove siamo venuti e cosa e chi abbiamo lasciato o perso per strada. Oggi, giunti al governo della nazione con la formazione politica con il maggior consenso e la più ampia maggioranza parlamentare, ci confrontiamo con la sensazione di aver rinunciato a troppo per ottenere, per il nostro popolo e la nostra storia, troppo poco. Non dico che avremmo dovuto avere più posti e più potere; dico forse l’esatto contrario: e cioè che sono veramente troppi quelli tra noi che hanno pensato che si risolvesse tutto in questo. Vedere il meglio nel passato piuttosto che nel futuro non è sano, ma non sapere dove si sta andando dimenticandosi da dove si viene è drammatico. Il grande partito degli italiani si è accartocciato su se stesso dopo due anni di pseudo-esistenza. Quella solida minoranza storica che avrebbe dovuto rappresentare un terzo qualificato di questo partito nel quale portava il suo patrimonio davvero unico di coerenza, sacrificio, tensione etica, si è logorata e autodelegittimata in un’ennesima quanto poco compresa guerra civile. Una vera nemesi storica per chi aveva tratto il senso della propria esistenza proprio dal superamento della guerra civile del Novecento e pretendeva di ricostruire il senso comune di una Nazione. E tutti noi che abbiamo dedicato due terzi della vita a combattere sempre dalla parte sbagliata, sicuri che un giorno avremmo vinto “per l’Italia”, ci guardiamo indietro e a stento riusciamo a vedere le tracce del nostro cammino. E non è solo un problema di vista indebolita. Mentre noi ci affaccendavamo operosamente per “andare oltre”, qualcun altro ci ha fatto diventare altro, inventando una pseudo-destra che, grazie alla potenza della comunicazione, ci ha sostituito nell’immaginario collettivo. E i nostri libri fanno la muffa sull’ultimo scaffale. Ci hanno sprangato, sparato, bruciato, incarcerato, calunniato, diffamato, buttati fuori da scuole, università, fabbriche e cercato di escluderci dal mondo. Eppure siamo ancora qui. Ci possiamo eliminare solo da soli. Invincibili, ma dimentichi di noi, ci siamo costruiti una casa di kryptonite nella quale morire un po’ ogni giorno. Ci siamo pianti addosso una volta di troppo. Che sia l’ultima. Una volta, eravamo guerrieri… |