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Garantiteci i nostri doveri PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Giovedì 01 Febbraio 2007 02:00
«Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia». Ma come, ancora la Destra “Dio, Patria e famiglia”? Che cosa arcana e fuori moda. È vero, ma mi si permetta la citazione per amore dei vecchi libri. Questa strana citazione proviene da un libro che a scuola non si legge e non si studia, eppure è scritto da un uomo che nessuno oserebbe non iscrivere tra i padri dell’Italia della coesione, della pace e della giustizia: Giuseppe Mazzini. Proviene da un libro intitolato Doveri dell’Uomo, scritto nel 1860 e dedicato “agli operai italiani”. Nell’introduzione Mazzini spiega perché voglia parlare agli operai dei loro doveri, anziché dei loro diritti. «Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all’uomo che egli è nato per la felicità, che ha il diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto di impedirlo in questa ricerca e ch’egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino», ricorda ai suoi lettori. Tutti chiedono più diritti, tutti promettono più diritti. Ma di diritto in diritto «gli uomini si educarono all’egoismo e all’avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà di educazione generò l’anarchia morale. Gli uomini, senza unità di credenza religiosa e di scopo, tentarono ognuno la propria via, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste de’ loro fratelli, fratelli di nome e nemici di fatto».

Il problema che Mazzini voleva esporre, era che mentre più e più diritti “cosmetici”, nobili e aulici, venivano resi accessibili ad alcune élite che potevano goderne per educazione o mezzi superiori, la condizione dei più restava immutata, nell’incertezza delle tutele fondamentali che un governo e la società dovevano loro. Nessuna certezza di potersi sostentare, di vivere in sicurezza o poter costruire per il futuro. E tutto ciò in una progressiva disgregazione di quelle dimensioni collettive che, per gli individui sprovvisti di mezzi e di educazione, rappresentano le uniche certezze: le credenze comuni, la Patria, la famiglia, i rapporti comunitari, le tradizioni. Tutte cose che, non solo a suo dire, servono ai poveri, perché i ricchi sanno benissimo come badare a se stessi.

I tempi non cambiano, il progresso galoppa, ma solo per alcuni. Sempre meno ostacoli al benessere individuale e sempre maggiori libertà, per chi ha già quelle basilari e può sognarne di altre.

Da settimane si discute di un nuovo diritto: il diritto di alcuni omosessuali di unirsi in un vincolo para-matrimoniale. Lo schema del dibattito ed il suo risultato in realtà è già scritto: chi pone la domanda ha implicita la risposta. «Lei è a favore o contro i diritti degli omosessuali ad avere eguale trattamento…». Chi dice “sì” è in. Chi dice “no” è un reietto. Ma chi sta peggio di tutti è chi vorrebbe argomentare senza dare per scontate le premesse. Non è consentito: le domande sono tutte binarie: è per la pace? Allora è per la guerra? È favorevole all’immigrazione? Allora è razzista? Cosa ne pensa dei matrimoni gay? Allora è contro i diritti individuali? E l’aborto? Allora è contro i diritti delle donne. Il problema è che i diritti, o sono diritti di tutti o sono privilegi. E i diritti veri e propri sono quelli che toccano la quasi totalità dei cittadini. Di questo deve occuparsi la politica, non di trovare una risposta a sempre nuove emergenze, segnalate solitamente - se non imposte - da una casta che ha accesso ai mezzi di comunicazione. Mentre la stampa reclamava a suon di grancassa risposte immediate al problema delle unioni omosessuali e dell’eutanasia (stranamente all’indomani del varo di una finanziaria sui cui esiti moltissimi avevano assai da dire), un timido sondaggio tra gli italiani “qualunque” su quali fossero gli argomenti che avrebbero posto in cima all’agenda politica, la quasi totalità rispondeva: la riforma delle pensioni e della pubblica amministrazione… E anche oggi, ovunque si voglia perdere tempo a prestare orecchio, la gente “qualunque”, alla fermata dell’autobus o al mercato, si chiede: «Ma perché non fanno qualcosa per le famiglie?». Domanda legittima. In termini numerici - e la democrazia è soprattutto numeri - sono più gli italiani che solleciterebbero detrazioni fiscali o qualunque misura di sostegno e incentivo al matrimonio e alla procreazione o quelli che, come Prodi e la Bonino, sostengono che l’introduzione dei Pacs sia da realizzare come priorità assoluta?

La famiglia è un dovere, l’unione tra due adulti consenzienti un diritto. Un diritto non va impedito, ma è l’adempimento del dovere civico e sociale che la politica dovrebbe rendere meno gravoso. Lo dice la logica e lo dicono le persone di buon senso. Ma sui giornali no. Sarà forse per questo che il dibattito, negato dai media, invade gli spazi ancora a disposizione di chi a tutti i costi si vuole far sentire: Internet, i blog. Ne è appena nato uno, che in pochi giorni ha totalizzato migliaia di contatti, dove cittadini ordinari, per lo più giovani, fanno sentire la propria voce. Il blog ha un nome semplice, quasi banale, forse troppo normale: familypride (www.familypride.4000.it)… orgoglio di essere ancora arcaici, forse quasi fuori moda. Richiesta di essere ascoltati, perché il privilegio di pochi non oscuri il diritto di tutti: quello di generare un futuro, con i mezzi poveri con i quali i nostri genitori hanno creato il nostro.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Settembre 2008 16:05 )