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Solidarietà con Zeev Sternhell PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Lunedì 29 Settembre 2008 16:39

Il giorno 26 scorso a Gerusalemme, lo storico israeliano settantatreenne è rimasto vittima di una bomba mentre rientrava nella sua abitazione. L’ordigno lo ha ferito alle gambe.

Secondo gli schemi semplicistici delle agenzie di stampa – sempre più insufficienti a descrivere realtà politiche complesse, come quella israeliana ad esempio – gli attentatori sono verosimilmente dell’estrema destra ebraica, visto che Sternhell è catalogato come uomo di sinistra.

La fama mondiale di Sternhell come storico deriva dai suoi eccellenti studi sulle origini del fascismo. Nascita dell’ideologia fascista, pubblicato in Italia da Baldini e Castaldi nel 1993, Né destra né sinistra, stesso editore, 1997 e La destra rivoluzionaria, dello stesso anno, editore il Corbaccio, sono alcune delle opere tradotte in Italia.

La tesi storica di Sternhell, che gli ha causato inizialmente grandi problemi con la comunità accademica ortodossa e che si collega naturalmente alle tesi di Renzo De Felice, è che le origini del fascismo siano nell’estrema sinistra e che le differenze sostanziali tra fascismo e nazional-socialismo siano dovute al fatto che le radici del primo vadano ricercate nel radicalismo e nell’anarcosindacalismo, mentre il secondo sarebbe stato principalmente influenzato, nella formulazione delle sue teorie totalitarie, dal comunismo sovietico con il quale era anche territorialmente contiguo.

Come Hannah Arendt, Sternhell ritiene che comunismo e nazismo siano veri esempi di regimi totalitari, mentre il fascismo sia inscrivibile nel novero dei regimi autoritari o delle dittature personali. Nel fascismo, secondo entrambi e secondo De Felice, erano assenti gli elementi caratteristici dell’universo dei campi di concentramento e la disumanizzazione del nemico (di classe o di razza) che “giustificava” l’adesione di massa ad un programma di eliminazione.

Tragicamente curiosa la coincidenza per la quale lo stesso Renzo De Felice, raggiunta la medesima notorietà internazionale che oggi ha Sternhell e più o meno la stessa età, sia finito vittima di un simile attentato contro la sua abitazione, dopo aver subito aggressioni verbali dai collettivi antifascisti che gli impedirono di parlare alla Sapienza di Roma. Gli estremisti accusavano De Felice, ex giovane comunista e storico scelto dalle comunità ebraiche per realizzare il primo grande studio sugli ebrei sotto il fascismo, di essere un revisionista filofascista.

Allo stesso modo Sternhell viene oggi accusato, nella sua stessa patria, di essere un nemico di Israele. Sternhell nacque nel 1935 in Polonia, da una famiglia di ebrei facoltosi e colti, secolari e con simpatie sioniste.

A cinque anni vide il padre partire come ufficiale polacco per combattere l’invasione sovietica e tornare sconfitto e malato. Morì poco dopo, mentre il piccolo Zeev assisteva all’esproprio della propria casa da parte dell’Armata rossa. Dopo appena un anno arrivarono i tedeschi, sconfissero i sovietici e presero loro possesso della sua casa, deportando Zeev e quel che restava della sua famiglia, la madre e la sorella di 13 anni più grande, in un ghetto.

Zeev non conobbe la realtà dei campi e dello sterminio, ma fu testimone oculare delle cacce all’ebreo che i soldati tedeschi facevano frequentemente nel ghetto, sparando a casaccio su quelli che incontravano e abbattendo a fucilate i ragazzini ebrei che si rifugiavano sugli alberi. Dopo queste aktion, il ghetto tornava ad una apparente normalità, assurda manifestazione, anche secondo Sternhell come per la Arendt, di quanto il male sia “banale”.

Questa apparente normalità portò forse la madre e la sorella a rispondere all’invito rivolto dalle truppe tedesche agli ebrei ancora privi di un permesso di lavoro, a radunarsi tutti nel medesimo luogo e nel medesimo giorno. Pur piccolissimo Zeev ricorda come la sorella avesse insistito con la madre perché si recassero all’incontro, perché un permesso di lavoro avrebbe significato una migliore possibilità di sopravvivenza nel ghetto. Le due donne non tornarono mai più.

Uno zio di Zeev, che aveva un permesso di lavoro esterno, riuscì a fuggire portando con sé il nipotino. Vennero nascosti da un ex-ufficiale polacco “non-antisemita”. Sternhell ricorda in una recente intervista che le possibilità di trovare un polacco non-antisemita erano una su centomila e che le persecuzioni e le aggressioni contro gli ebrei continuarono anche dopo la sconfitta tedesca, anche contro gli israeliti che tornavano dai campi, sotto gli occhi impassibili dei sovietici.

Zeev ebbe documenti polacchi e venne abituato a comportarsi da fervente cattolico. La maniera in cui descrive il cattolicesimo come una religione che – al contrario del protestantesimo e dell’ebraismo – non ti fa “sentire solo” è commovente. Alla fine della guerra Zeev venne battezzato e continuò a vivere da cattolico. Ma la situazione in Polonia continuava ad essere invivibile per gli ebrei e i parenti di Zeev si risolsero ad affidarlo ad una agenzia della Croce rossa che trasferiva gli orfani ebrei in Francia.

Ad Avignone, a soli undici anni, Zeev realizzò quanto la propria identità polacca non gli appartenesse più, dimenticò la sua lingua madre e abbandonò il cattolicesimo. A soli sedici anni, nuovamente solo, dopo aver finito il liceo con risultati eccezionali, Zeev fu raggiunto dalla notizia della fondazione di Israele. Si imbarcò su una nave e raggiunse la Palestina, dove pensava di trovare finalmente un fazzoletto di terra da chiamare casa, dove potersi sentire finalmente al sicuro.

Scoprì che per avere una nazione bisognava combattere e non si tirò indietro. Divenne un ufficiale di fanteria e partecipò a tre guerre, quella del Kippur, la guerra dei sei giorni e l’invasione del Libano dell’82.

Nel frattempo cominciò ad insegnare all’università, ottenendo riconoscimenti e premi di livello internazionale. Ma è un uomo che non riesce a non dire quello che pensa ed è animato da uno spirito spinoziano che lo porta a denunciare sempre e comunque – e a voce alta – le ipocrisie dominanti, il conformismo tirannico e il divieto di esprimersi e pensare fuori dalle culture dominanti.

Questa sete insaziabile di verità e giustizia lo ha portato a intraprendere anche una strada politica ed è diventato un parlamentare con il partito laburista. Questo fa di lui un uomo di sinistra, ma anche nel suo partito ha una posizione anomala, che alcuni ritengono estremista.

Pur rivendicando la sua totale adesione al sionismo, si definisce un sionista delle origini, se definito di sinistra precisa che appartiene ad una sinistra “vecchia maniera”, nazionale e sociale. Di recente non è retrocesso nemmeno dinanzi all’etichetta di nazional-israeliano, che per molti ha un connotato chiaramente negativo di cui si comprende l’assonanza, ma che lui ha accettato forse più per il suo valore provocatorio.

La sua posizione come attivista del movimento Peace Now, lo ha esposto ad ulteriori violentissime critiche. In occasione del conferimento del Premio Israele, commentatori vicini al movimento dei coloni lo hanno accusato di essere “amico dei terroristi e fautore della guerra civile in Israele”. Queste critiche si riferiscono nello specifico a posizione espresse in interventi del professore a favore – sembrerebbe - della causa palestinese. Sternhell ha paragonato le attività armate contro l’esercito israeliano alle azioni terroristiche che compivano le organizzazioni sioniste contro l’esercito inglese, riconoscendogli anche la dimensione di Resistenza. E si è spinto addirittura ad invocare l’invio dei carri armati contro le colonie ebraiche nei territori palestinesi.

Sternhell ha spiegato in una straordinaria intervista pubblicata dal magazine di haaretz che il suo è un “nazionalismo universale”, che pretende uguale riconoscimento per i nazionalismi altrui, in questo caso quello palestinese.

Nella controversa opera sulla Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni, edito nel 1999 da Baldini e Castaldi, espone la sua personale visione del diritto di Israele come necessità di sopravvivenza del popolo ebraico, legittimazione che però ha dei confini territoriali stabiliti che a suo dire vennero travalicati dal 1967 in poi, quando Israele si trasforma, secondo la sua interpretazione, in uno Stato imperialista e neo-coloniale. Sternhell vede come un pericolo anche la montata dei partiti religiosi, che privano Israele di un altro dei fondamenti del sionismo delle origini, la sua assoluta secolarità, aggiungendo un elemento di particolarismo che mina ancor più profondamente la vocazione “universale” del suo nazionalismo.

Il suo lavoro più recente - Contro l’Illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda, Baldini Castoldi Dalai Editore, pubblicato nel 2007, è un libro che già fa discutere. Tratta della rivolta intellettuale contro l’Illuminismo e i suoi principi fondanti (la libertà individuale, l’autonomia della ragione, il metodo scientifico), così come si è sviluppata dal XVIII secolo fino alla fine del XX.

A partire dalla Rivoluzione francese, Edmund Burke, Joseph de Maistre e tutti i loro epigoni romantici hanno contrapposto alla filosofia degli Enciclopedisti una concezione della vita e della politica in cui quel che conta non è ciò che rende gli uomini uguali ma ciò che li rende diversi: la storia, la cultura, la lingua, l’etnia. Per duecento anni questa polemica non si è mai sopita e anzi è stata alimentata da nuovi autori e nuovi argomenti.

Herder, Taine, Sorel, Spengler, Croce, Maurras, Berlin, per citarne alcuni, hanno criticato l’idea di una ragione «astratta» opponendole una visione «concreta» della vita, in base alla quale l’individuo è sempre immerso in una comunità e nella Storia. E' partendo da un’approfondita analisi di questi presupposti che Sternhell ci dimostra come il nazionalismo, la critica alla democrazia, il risorgere di una religiosità militante siano il risultato non di un movimento antimoderno, ma di una diversa idea della modernità che ha radici lontane e con la quale dobbiamo fare i conti ancora oggi.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 29 Settembre 2008 16:41 )