| Una repubblica presidenziale fondata sul lavoro. Lavorare meno lavorare tutti |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Martedì 06 Gennaio 2009 21:06 |
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Questo è stato lo slogan programmatico della sinistra operaista italiana, almeno dal 1969 in poi. Slogan lanciato durante le occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso, impresso sugli striscioni ai cortei di Lotta continua e della stessa Cgil. Il tutto, poi, è rimasto però un programma utopistico per i comunisti italiani, una cosa che - come tutte le belle promesse - si sarebbe realizzata dopo la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Senza bisogno di assalti al Palazzo d’Inverno, l’ex socialista nazionale ora ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha chiuso l’anno con l’annuncio di una misura anticrisi occupazionale che realizzerà l’utopia. L’incombente crisi economica globale, infatti, porterà verosimilmente all’obbligo, per le imprese, di ridurre la forza lavoro, «rinunciando» secondo le parole del ministro, «alla risorsa più preziosa, cioè quella umana». La proposta - il cui gradimento tra i cittadini è risultato altissimo - consiste nel ridurre le ore lavorative settimanali con conseguente riduzione dello stipendio, compensandolo con una cassa integrazione a rotazione, spalmata sull’intera forza lavoro. In altre parole, anziché mandare in cassa integrazione alcuni per mantenere il posto agli altri, con una scelta di solidarietà mai vista sino ad ora, i lavoratori farebbero uno sforzo comune, con il sostegno dello Stato, per mantenere a tutti l’occupazione. La proposta ha ovviamente spiazzato il sindacalismo antinazionale, rilanciando lo spirito più vero della mutualità tra lavoratori. Non ha fatto discutere di meno l’annuncio del presidente Berlusconi - per noi tutt’altro che a sorpresa - di voler procedere in tempi brevi verso una riforma presidenzialista di senso compiuto. Il potenziamento della figura del presidente della Repubblica è un’istanza tradizionale della destra italiana, riproposta fortemente come equilibratore e completamento della riforma federale. Per consentire una maggiore autonomia della periferia è necessario - per evitare che l’autonomia degeneri in disgregazione - avere un centro autorevole e forte, che rappresenti e garantisca l’unità e l’indissolubilità della nazione e la preminenza dello Stato su qualsiasi altra autorità. Il presidenzialismo, come qualsiasi osservatore onesto può comprendere, abbrevia i tempi del federalismo istituzionale. Anche questa riforma, secondo gli immancabili sondaggi, riscuote presso l’elettorato un ampio consenso che deriva proprio dalla comprensione della sua funzionalità per tenere l’Italia coesa e potenziarne l’azione. Durante una recente missione all’estero, mi è capitato di lanciare una provocazione ideologica a dei colleghi ex comunisti durante una conversazione privata. Li ho invitati a guardare all’attuale governo di Berlusconi come a una moderna “dittatura del proletariato”. Devo dire che l’atmosfera, sino ad allora amichevole e quasi goliardica, si è guastata. Abbiamo avuto problemi a intenderci sui termini, ovviamente. Loro, all’idea di definire “proletario” Berlusconi sono ovviamente inorriditi, perché nel loro film in bianco e nero modello Corazzata Potëmkin il Silvio incarna il ricco padrone che frusta gli operai e insidia le loro figlie. Ho dovuto quindi ravvivare i loro ricordi della vecchia scuola di partito per rammentare che la formula “dittatura del proletariato” indicava quel periodo fisiologico necessario - nella teoria marxista - per scardinare, con un’azione più determinata e più incisiva, gli assetti di potere della società classista, per spianare la strada alla società senza classi del paradiso socialista. La dittatura proletaria doveva durare poco - come una terapia d’urto - per lasciare poi che il mondo si ricostituisse secondo processi naturali sulla base dei principi della fratellanza universale. Ovviamente, nel loro caso, l’esperimento non ha funzionato, perché la dittatura del proletariato, dopo aver mietuto quasi cento milioni di vittime, ha lasciato il posto alla tirannia dell’apparato e poi al fallimento storico della teoria marxista-leninista. Ma noi abbiamo delle ambizioni molto più umili: non pretendiamo di cambiare il mondo e di creare l’uomo nuovo o la società senza classi e nemmeno il paradiso socialista o la religione senza Dio. Ci basta cambiare l’Italia, liberarla - per sempre - dai potentati consortili e dalle lobby, dal partito dei giudici e dall’aristocrazia sindacale, dalle mafie politiche e dalle politiche mafiose, per finire con i guardiani del pensiero e i baroni dell’accademia. Vogliamo semplicemente ridare agli italiani la possibilità di vivere liberi anziché nell’ossessione della liberazione, ripartire dalla semplice normalità di uno Stato moderno per sostituire le garanzie ai privilegi. Nelle menti dei nostri connazionali, per la prima volta da decenni, sta prendendo forma l’immagine di come dovrebbe essere e sarà questa nuova Italia: normale e vera. Nulla di perfetto, sicuramente, ma almeno, finalmente, qualcosa di semplicemente buono. Una casa comune, pulita e sicura e la possibilità per ognuno di dare il meglio di sé. Al resto penseranno i nostri figli, che avranno la mente sgombra dalle utopie e quindi potranno tornare a realizzare i sogni. |