| Mogli e buoi |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Lunedì 02 Febbraio 2009 22:25 |
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L’integrazione e la tolleranza sono cose importanti e il pregiudizio è un atteggiamento deprecabile, in qualunque campo e da chiunque provenga. Spesso il pregiudizio si fonda sul luogo comune e il luogo comune è il prodotto di un cervello pigro. Il pregiudizio non è mai senza conseguenze, il pregiudizio fa male. Essendo uno stereotipo rigido, non regge al confronto con la conoscenza diretta di un qualsiasi individuo appartenente alla categoria stereotipata.
Quindi, il pregiudizio è sempre ingiusto. Un “pregiudizio” è qualsiasi giudizio formulato a prescindere. Ma anche nella numerosa famiglia dei pregiudizi ci sono figli e figliastri, pregiudizi “legittimi” e pregiudizi “illegittimi”, politicamente corretti e politicamente scorretti. A dirla tutta ci sono anche pregiudizi positivi e pregiudizi negativi, ma entrambi sono pregiudizi. Il pregiudizio genera sempre una discriminazione, quella positiva non è meno “pregiudiziale” di quella negativa. Tutto questo sproloquio, solo per introdurre una banale riflessione nata dalla lettura dei più prestigiosi quotidiani nazionali a cavallo dell’insediamento sul seggio presidenziale Usa del neoeletto Barak Obama. Tutte le banalità erano già state dette, scritte e proclamate, ma le banalità, per propria natura, vengono ripetute molte volte. Il giorno in questione, un noto quotidiano nazionale (non dico quale perché alcuni ritengono che io abbia un astio particolare per questa testata) sparava un titolo che diceva più o meno: “Oggi è la fine del razzismo”. Il razzismo cioè spariva, moriva, si liquefaceva perché un uomo non-bianco giungeva ad occupare la carica ritenuta - un po’ semplicisticamente - di “uomo più potente del pianeta”. Forse a questo si aggiungeva il fatto che la nazione che Obama andava a governare fu terra di schiavisti e non più di un secolo e mezzo fa. Da non tralasciare il fatto che - malgrado la fine dello schiavismo - la segregazione razziale in alcuni degli States è durata fino agli anni Sessanta con bagni, posti sui mezzi pubblici, scuole e persino fontanelle separate per bianchi e non. Si trattava certo di un titolo un tantino ottimistico, tant’è che un altro altrettanto prestigioso quotidiano nazionale (l’altra testata generalmente citata in questi termini, che non nomino perché anche con essa ho avuto attriti), rispondeva con un titolo che asseriva che “il razzismo non è morto”. Alcuni americani, segnalava l’articolo, avevano espresso il loro cordoglio per il fatto che un “colorato” fosse diventato presidente e un pugno di incappucciati del Ku Klux Klan aveva addirittura sfilato con le bandiere listate a lutto. Ma altri episodi venivano riportati un po’ da tutto il Paese e anche da altre nazioni occidentali: scritte contro gli immigrati, qualcuno che aveva insultato qualcuno di un’altra razza o religione eccetera. Questo serviva per ricordarci che il razzismo c’è ancora ed è in agguato. Qualcuno potrebbe ritenere, col dovuto rammarico, che questo è dovuto al fatto che il pregiudizio e l’avversione o la diffidenza verso il diverso è tristemente insita nella natura umana, ma ciò che invece il prestigioso quotidiano sembrava sottolineare era che, affermare che il razzismo fosse morto, creava un danno ben più grave alla dimensione civica della nostra società: cioè poteva far ritenere alcuni che l’antirazzismo non avesse più ragione d’esistere. Può sembrare una considerazione superficiale o provocatoria, ma in una nazione come gli Usa - e non è l’unica - dove esiste un numero cospicuo di norme e leggi volte ad arginare, mitigare e punire i pregiudizi, asserire che quello razziale sia debellato creerebbe le premesse per chiedere la cancellazione di tali norme, ad esempio. Non tutti, tra l’altro, sono concordi su cosa si intenda per razzismo, o almeno ci sono interpretazioni con sfumature diverse. Oggi si parla molto più di pregiudizio religioso che di pregiudizio razziale. Poi ci sono pregiudizi culturali, sociali e come non considerare i pregiudizi nei confronti dell’orientamento sessuale? Dopo un paio di giorni uno dei due prestigiosi quotidiani in oggetto è venuto in soccorso dei dubbiosi, pubblicando un sensazionale articolo che annunciava nel titolo che la Gran Bretagna è il Paese occidentale “meno razzista”. Impossibile non gettarsi a capofitto nella lettura per scoprire cosa avesse fatto meritare - alla altresì perfida Albione - un tale ambito riconoscimento. Anche perché io ci ho vissuto dieci anni in Inghilterra e non ricordo alcun altro luogo dove esistesse un nomignolo dispregiativo per ciascuna ed ogni razza, nazionalità, religione, cultura e persino classe sociale, epiteti utilizzati da tutti contro tutti, apertamente e aggressivamente da parte degli appartenenti a tutte le minoranze o maggioranze presenti nel regno, nessuno escluso. L’articolo si basava invece su di uno studio dal quale risulterebbe che nel Regno Unito si celebra il maggior numero di matrimoni misti, ergo, gli inglesi sono i meno razzisti. Non razzista quindi è colui che intrattiene rapporti sessuali e sentimentali con persone di altra razza, generando, conseguentemente, figli non appartenenti alla razza propria o a quella del congiunto. Non vale se uno ha, con persone di altra razza, solo rapporti di amicizia o frequentazioni di lavoro, se ci viaggia insieme o se magari se lo sceglie come partner in una società: il vero antirazzista è quello che si sposa con membri di altre razze. Altrimenti lo studio non avrebbe alcun senso, o non avrebbe senso il titolo dell’articolo che si basa sull’equazione: antirazzismo=matrimonio misto. Qui nasce il problema. Tutti - o quasi - i “prestigiosi quotidiani nazionali” hanno sottolineato di Obama solo il colore della pelle. Del programma elettorale, della effettiva capacità politica o professionale, dell’integrità morale non fregava niente a nessuno: “Obama è il primo presidente nero degli Usa”. Cioè: “fa sensazione solo perché è nero…”. Non sono pochi i militanti neri - che hanno anch’essi il loro fondamentalismo - che hanno voluto puntualizzare che Obama non è un “vero nero”, ma solo un mezzo sangue o un bel ragazzo abbronzato, ma a questo punto il fattore più problematico sono le scelte matrimoniali del neopresidente. Perché, se l’equazione posta dal noto quotidiano è pertinente, il nero Barak, sposando la nera Michelle e dando alla luce una figliolanza del medesimo colore non ha passato il test di antirazzismo codificato dal geniale studio sovracitato. Quindi, ci risiamo: nessuno è al sicuro dal sospetto di razzismo. Dal fronte occidentale.... nulla di nuovo. |