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Areaccame e il Gianopensiero PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Martedì 05 Maggio 2009 11:00
 
Un uomo nobile, partì per conquistare un regno. E ritornò.

Vorrei parlare di Giano Accame non al passato, bensì al futuro. Mi rendo conto che possa sembrare un proposito eccentrico, dal momento che Giano è morto. Non dico “ci ha lasciato” né che “è scomparso” o, meno che mai, che ha raggiunto il “fine-vita”.
 
Giano, come tutte le persone degne, è morto, cioè ha concluso il transito terrestre, si è liberato del suo corpo - che ha parcheggiato in una scatola in attesa che la natura se ne riappropri - e se ne è andato, portando con sé solo l’essenziale, per continuare il suo cammino dove gli toccava. Non ci ha lasciato, perché noi non abbiamo nessuna ragione di lasciare lui, e non è scomparso perché per noi è ben presente. In quanto al fine-vita mi sono già espresso: per noi la vita non cessa quando smettiamo di alimentarci e idratarci, semmai ne inizia una nuova e più luminosa.

Ciò ribadito, mi interrogo sul nostro futuro con Giano perché, come accade con le cose care che un “dipartito” lascia indietro, dovremo attrezzarci per tutelare e difendere il suo nome, le sue opere, le sue considerazioni e i suoi pensieri dai moltissimi che, in sua assenza, saranno tentati di abusarne. Questo riguarda, ovviamente, anche noi, perché la tentazione di usare una persona non più presente - che abbia lasciato dietro di sé una grande fama pubblica e vieppiù una grande mole di scritti - per legittimare se stessi e il proprio operato, è grande e diffusa.

Giano ha avuto un percorso lunghissimo e ha scritto di molte cose, in momenti diversi e con toni ed emozioni diverse. Essendo un uomo comunque sempre presente a se stesso e quindi capace di mettersi in discussione e riconsiderare le cose alla luce della loro evoluzione, Giano ha formulato anche considerazioni che potrebbero apparire, se lette superficialmente ed estrapolate dal contesto, contraddittorie. Cosa in sé normalissima, per chiunque sia avvezzo a leggere e scrivere e soprattutto per chi sia capace di trarre arricchimento da ciò che legge e utilizzi lo strumento della scrittura anche per comunicare con se stesso, per riordinare i propri pensieri e metabolizzare le esperienze.

Ciò che proprio non vorrei accadesse ora, sarebbe il dover assistere - come succede con molti autori - ad appropriazioni indebite a tutto campo, con tizi di vario genere e osservanza che antepongano alle proprie esternazioni frasi del tipo “come ha detto Giano” o “come scrisse Giano”. Perché lui non sarà là per correggere gli strafalcioni o anche semplicemente per  precisare il suo pensiero o per riappropriarsene.
 
Io non uso molto le citazioni, principalmente perché ho una pessima memoria e spesso sbaglio ad attribuirle - ma il popolo di chi non scrive mezza pagina senza puntellare le proprie argomentazioni delle citazioni più varie è vastissimo. C’è anzi chi ritiene che un testo non sia “di spessore” o “di rigore accademico” se non è incastonato di perle di saggezza altrui. A Schopenhauer - scusate la citazione - questo vezzo dava enormemente sui nervi e gli faceva addirittura dire che chi scriveva così lo faceva perché non aveva nulla di proprio da dire…

Comunque, voglio in breve concludere con un appello a parlare molto e sempre di Giano, ma di citarlo poco e solo quando sia necessario e legittimo; di riflettere molto su ciò che pensava e diceva, ma di trattenersi dal chiosarlo, interpretarlo o farne l’esegesi; di prestare più attenzione al suo sangue che al suo inchiostro e, infine, di non sforzarsi tanto di copiare il suo stile giornalistico - come è legittimo accada con le grandi penne della storia - ma di sforzarci tutti a imitare la sua vita, il suo buon senso e soprattutto la sua coerenza.
Ultimo aggiornamento ( Martedì 05 Maggio 2009 11:32 )