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Natural woman

Scritto da Marcello de Angelis, 06-07-2009 15:39

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Pubblicato in : , Articoli 2009

All’apice del clamore montato sui rapporti del presidente Berlusconi con il genere femminile e sulla natura delle rappresentanti parlamentari del genere in questione, nel tentativo di esprimere solidarietà ad alcune colleghe sdrammatizzando gli eventi, ho annunciato loro che avevo intenzione di scrivere un articolo intitolato “la rivincita delle bionde”. Intendevo con ciò fare riferimento ad un filmetto americano del 2001, che avevo trovato divertente e intelligentemente ironico, nel quale si confrontavano due insopportabili stereotipi femminili: quello delle bionde appetitose superficiali e oche, in opposizione alle secchione intelligenti ma se non bruttine almeno squallide e… brunette.

Nel film, la protagonista (Reese Witherspoon) per seguire il fidanzato del liceo che l’ha lasciata considerandola bella ma sciocca, si iscrive alla migliore e più difficile università (Harward) diventando un brillante avvocato proprio grazie alla sua sensibilità femminile, alla sua capacità di osservazione e alla intuitiva comprensione della natura umana. Battendo, in conclusione, le concorrenti brunette e secchione e i maschi presuntuosi e arroganti.
Mi sembrava un modo adatto di ristabilire con leggerezza i termini della realtà. Ma gli sguardi fiammeggianti delle colleghe mi hanno convinto che l’argomento non potesse più essere trattato con serenità.

L’intervento volgare e stucchevole di Beppe Grillo al Senato - che era giunto a breve distanza dal dire che tutte le parlamentari sono donne di malaffare - aveva fatto saltare definitivamente ogni possibilità di affrontare l’argomento con meno che rabbia e fondato risentimento. Peccato per i cinefili.
A freddo però, qualcosa di definitivo sull’argomento va detto. Noi non abbiamo mai dato eccessivo spazio a una retorica femminista o rivendicazionista. Anzi, privatamente e pubblicamente abbiamo dibattuto, anche all’interno della rivista, su quale fossero il modo e soprattutto la misura per affrontare il nodo della rappresentanza femminile.

Da anni esprimo la mia perplessità sulla soluzione delle “quote rosa” alla mia amica Isabella Rauti, la quale, da anni, mi replica che è necessario ricorrere a delle forzature - seppur imperfette - per sbloccare una situazione per la quale la politica quotidiana non ha trovato soluzioni adeguate.
Il mio timore era ed è che l’istituzione di una quota-contenitore, non fosse e non sia garanzia della qualità del contenuto. Non credo che l’essere donna sia un valore in sé, come non può esserlo nessuna altra categorizzazione, sessuale, religiosa, razziale o altro. Non credo che un Parlamento con un certo numero di rappresentanti per ogni minoranza (tutti cioè coloro che non siano maschi, di mezza età, di carnagione chiara, di discendenza italica e di religione cattolica…) sia un Parlamento migliore.

Bisogna però comprendere che l’attacco alla compagine parlamentare e governativa femminile non è che l’ultimo atto della campagna di diffamazione e delegittimazione della rappresentanza parlamentare nel suo insieme.
Non può essere sfuggito agli osservatori non superficiali che i libri, le interviste, le petizioni e le mobilitazioni raccolte sotto l’etichetta giornalistica dell’antipolitica non hanno avuto nulla di estemporaneo o casuale.
Dopo la chiassosità banale del “tiro alla casta”, voler mettere in una cattiva luce anche la compagine femminile è stato solo l’ultimo atto - il più volgare e pruriginoso - di una campagna di delegittimazione che viene da lontano. Si tratta di un problema prioritario che i parlamentari per primi dovrebbero cogliere.

Non c’è democrazia parlamentare senza un riconoscimento di legittimità ed una funzione riconoscibile per gli uomini e le donne che vi siedono.
A dirla tutta e a leggere bene tra le righe del dibattito alto, l’unica cosa che contrappone dialetticamente i due leader del centrodestra (Fini e Berlusconi) è proprio una visione occasionalmente divergente su come affrontare questo problema. Ognuno condizionato in parte dalla funzione che ricopre, com’è umano. Il presidente della Camera prioritariamente impegnato a proteggere l’istituzione e i suoi rappresentanti dalle banalizzazioni e dai tentativi ulteriori di dismissione; il capo dell’esecutivo più attento alla necessità, comunque imprescindibile, che l’istituzione “funzioni”, non rallentando i tempi decisionali e non appesantendo la produzione legislativa col vezzo di tutto normare o dilatando a dismisura i tempi del dibattito.
Il parlamento sta attraversando un momento di crisi e va in qualche modo riformato, ma i privilegi, le “nomine” o l’estetica e la professionalità dei suoi membri non ne sono la causa. La ragione di una certa perdita di ruolo, che fa si che i parlamentari non abbiano mai contato così poco nella storia (altro che casta!) è nel massiccio trasferimento di funzioni e poteri ad altre istituzioni, come le Regioni da un lato e le commissioni europee da un altro.
E la lunghezza delle gambe di una parlamentare, in tutta franchezza, non può essere considerato un “problema istituzionale”...
Nessuno imputerebbe daltronde ad un uomo di essere bello ed elegante - gli si dice che è un nullafacente, un ladro e un mafioso, il che già basta - mentre sottolineare l’aspetto di una femmina è sufficiente a banalizzarne la personalità. Chi lo nega è un’ipocrita.

Eppure la bellezza, che è indubbiamente un grande elemento di potere delle donne, in politica è stata sempre utilizzata. La comunicazione, il simbolismo, l’immagine, non sono elementi che si sono sposati alla politica nei tempi ultimi. Non c’è un manifesto nella storia politica che non abbia ritratto bei giovani e belle militanti per rendere più attraente la prospettiva di far parte di quel partito. Le foto simbolo di tutte le proteste - e ancor prima le immagini dipinte - hanno utilizzato belle donne e belle ragazze nella consapevolezza che chiunque, istintivamente, sia portato ad essere attratto dalla bellezza e ritenere che un’idea, una proposta, una battaglia debbano essere più probabilmente giuste se sostenute da belle persone.
La rivoluzione francese scelse come proprio simbolo non già una sanculotta vecchia, laida e sdentata, o anche semplicemente un omino banale e irrilevante, ma la splendida e desnuda Marianna, che guida i rivoltosi sventolando il tricolore e mostrando il seno.

L’immagine icona del Maggio francese rappresenta una bella ragazza, sulle spalle di un bel ragazzo, che agita una bandiera. Si trattava di una giovane modella aristocratica, Caroline de Bendern. Sicuramente c’erano altri scatti di studenti e studentesse, ma il mondo intero ha scelto lei per raffigurare la potenza gioiosa della protesta giovanile.
Forse per qualcuno sarà duro confessarlo, ma persino nella drammaticità delle immagini delle proteste di Teheran, la maggior parte delle persone - e non solo maschi - non hanno potuto far a meno di notare quanto le ragazze iraniane siano “tutte belle” o che magari - nel caso di attente osservatrici - che hanno in molte il naso rifatto...

E, per tornare ai miti della sinistra, chi non ricorda la carica erotica che sprizzava dai manifesti del “Potere nero” la splendida e felina Angela Davis? Non certo rappresentante tipica della popolazione afroamericana di Harlem, ma capace col suo magnetismo di conquistare l’immediata simpatia per la sua causa.
Ecco, forse il problema è questo e cioè il desiderio delle donne - o almeno di alcune donne - di autorappresentarsi in modo diverso o difforme da come un mondo dominato dalle pulsioni maschili le ha sempre volute: giovani, belle, solari, sorridenti.

Il femminismo ha cercato di imporre come immagine apprezzabile della donna quella rabbiosa, acida, sciatta se non scialba, lamentosa, rivendicazionista, mai contenta e insoddisfatta.
Non si tratta di un’immagine vincente e avvincente, nemmeno nell’elettorato femminile. E forse il problema alla base della rappresentanza femminile è proprio questo: chi decide come le donne vedono se stesse? O meglio: le donne sono tutte uguali? Hanno tutte la stessa percezione dei propri problemi e delle proprie aspettative che veicola la politica al femminile degli ultimi quarant’anni?

Perché le donne non votano in massa le candidate donne? Con quali si identificano? Cosa pensano delle donne in politica? E ancora: è un problema che va risolto con un indottrinamento culturale che costringa le donne - sin da bambine - ad avere di sé una percezione diversa?
Questo è stato il tentativo operato in Occidente dalle femministe, fino agli accessi che l’hanno fatto ripiegare su se stesso, giungendo alla negazione di tutto ciò che fosse femminile. Siamo sicuri che sia la “discriminazione positiva” lo strumento adatto per risolvere i problemi di affermazione personale – spesso mascherati da rivendicazione collettiva – del cittadino immigrato, del cittadino giovane, del cittadino anziano, del cittadino di diversa etnia, o religione, o orientamento religioso o, infine, del cittadino femmina?

E se il cittadino femmina non fosse che un cittadino? Intelligente o meno, onesto o meno, alto, basso, bello, brutto, ricco o povero, colto o ignorante e - solo infine - di sesso femminile?
Se la smettessimo di considerare le donne come se fossero una specie minacciata, da puntellare, sostenere, accompagnare con leggi apposite, sottolineandone di continuo la fragilità, la debolezza, la vulnerabilità, non consentiremmo invece ai cittadini-femmina di crescere più risoluti, più consapevoli, più volitivi e sicuri di sé?
Facciamo forse un favore all’integrazione a convincere - come fanno in Francia - le nuove generazioni di immigrati che se hanno difficoltà a finire la scuola, a trovare lavoro, ad avere successo è perché “i francesi sono razzisti” e non per limiti propri o problemi socio-economici oggettivi?

Troppe domande in un solo articolo. E poi, purtroppo, le “donne consapevoli”, come si chiamavano quando andavo al liceo, sono convinte che un uomo non abbia diritto di interrogarsi su ciò che fanno le donne, che invece hanno il dovere di fare le pulci a ciò che fanno gli uomini. L’uomo, chiunque sia, è un potenziale nemico perché, sotto sotto, vuole le donne sottomesse e quindi fuori dal lavoro, fuori dalla politica, lontano dal comando.
 
Che invece, apparentemente, le donne vogliono. O forse solo alcune donne. Come forse non tutti gli uomini vogliono comandare, prevaricare o dominare. Ma qui entriamo nel campo delle scienze sociali o addirittura mentali.
La domanda, molto semplice, era: che male c’è se una donna è anche bella?
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 06 Luglio 2009 15:41 )