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Uno, dieci, cento Pdl PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Martedì 01 Settembre 2009 19:43
Il dibattito a singhiozzo sull’organizzazione del partito di maggioranza, sulla necessità di fissare delle regole interne di maggiore garanzia, come anche dei rapporti con la Lega e persino con la Chiesa, è stato qualcosa di più di una semplice polemica estiva. L’idea della fusione a freddo e il conseguente posticipo di ogni “conta” che potesse frenare, interrompere o far esplodere il processo di coesione, si è rivelata un’idea saggia, ma è inverosimile che davvero si possa aspettare tre anni prima di procedere a un regolare tesseramento e una verifica degli organi di vertice.
Il partito, sul territorio, è di fatto commissariato. La cosa avrebbe un suo senso se all’apice dell’organizzazione ci fosse un organismo che tenesse sotto verifica costante l’operato dei “commissari” per evitare che nascano delle satrapie o peggio, ma questo oggettivamente non avviene. Il rapporto tra il governo e i gruppi parlamentari risente di un evidente nervosismo e molti parlamentari si trovano nell’insoddisfacente situazione di non aver margini di manovra in Parlamento e, nel contempo, venir tagliati fuori dai contesti decisionali territoriali.
 
Nel paradossale vuoto di potere causato dalla sua identificazione assoluta in un uomo ed uno solo, che ha francamente molte cose a cui pensare, inevitabilmente si cominciano a manifestare numerose aggregazioni spontaneee interne, che si dotano di proprie strutture e si danno proprie strategie e propri punti di riferimento.
 
Si tratta di molto di più di semplici correnti e le motivazioni che spingono un numero sempre maggiore di esponenti del Pdl a cercare questo tipo di soluzioni sono, ovviamente, disparate. C’è chi ha la necessità di farsi contare e chi, al contrario, deve evitare di farlo, chi “ha i numeri in Parlamento” ma non riesce a penetrare il territorio e chi, potente sul territorio, non trova sponde “a Roma”, chi cerca “un padrino” e chi “non vuole padroni”. In questo rincorrersi e misurarsi, qualsiasi istanza diventa una linea di demarcazione e qualsiasi argomento può servire ad aggregare o disgregare le alleanze.

Le due figure simboliche, Fini e Berlusconi, nelle loro complementarietà e differenze, diventano delle pietre miliari in base alle quali si calcolano le distanze, i percorsi personali e le “equivicinanze”, a volte ondivaghe e soggette ai successi o ai danni di immagine dell’uno e dell’altro.
Il grande interrogativo - ricorrente e un po’ menagramo - è “cosa succede dopo Berlusconi?”, interrogativo a volte alimentato o disinnescato dallo stesso presidente del Consiglio, con dichiarazioni alterne di “stanchezza” o ritrovato entusiasmo.

Per chi ha dimestichezza con i meccanismi della politica la risposta è evidente e cioè che se non c’è un contenitore solido e cessa la trazione centripeta di un capo carismatico, è difficile che le cose restino insieme.
Nel frattempo assistiamo ad esperimenti e prove tecniche di aggregazioni trasversali o particolari: fronti laici opposti a progetti neoguelfi, partiti del Sud da opporre a partiti del Nord, partiti “regionali” e tutto un fiorire di fondazioni ed associazioni.

Se tutto ciò fosse il segnale di una rinnovata vivacità culturale e di una diffusa voglia di dibattito, sarebbe ovviamente molto positivo, se al contrario fosse solo la manifestazione di una “tenzone” tra seconde file, porterebbe ben poco di buono.

Uno degli elementi che stupisce non poco, è la scarsa conoscenza che si riscontra, anche tra i rappresentanti del Pdl, della effettiva geografia interna del nuovo partito, prova del fatto che, posta come indiscussa la leadership di Berlusconi, si respira ancora un’aria di grande fluidità e libertà individuale.
Bisogna ammettere con onestà che mentre tutto riesce bene al governo, grazie alla regia e all’impegno costante e alla onnipresenza del presidente del Consiglio, lo stesso non si può dire del partito, per il quale non si può certo pretendere l’attenzione ed il coinvolgimento personale di Berlusconi.

Il destino correntizio potrebbe quindi essere un’inevitabilità, salvo un improvviso “ghe pensi mì” del Silvio nazionale, che non potrebbe però portare a soluzioni permanenti.