Home Archivio Articoli 2009 Dalla tragedia somala al grande schermo
Dalla tragedia somala al grande schermo

Scritto da Marcello de Angelis - intervista ad Amin Nour, 10-12-2009 17:39

Pagina vista : 809    

Pubblicato in : , Articoli 2009

Storia di un italiano
Good morning Aman è un film da poco uscito nelle sale dopo un ottima accoglienza al Festival del cinema di Venezia.
Tra i protagonisti della pellicola, che racconta le storie parallele di Aman, giovane immigrato somalo e Teodoro (Valerio Mastandrea) ex pugile alla ricerca del senso della propria vita, spiccano due giovani attori che possono essere considerati a ragione i primi attori di colore italiani, Amin Nour e Said Sabrie che, per un curioso e involontario equivoco, interpretano personaggi che invertono i loro nomi: Amin interpreta Said e Said interpreta Aman.

Il film, girato a Roma, è un nuovo interessante esempio del giovane cinema italiano in crescente successo di pubblico, che racconta, poco metaforicamente e con molto realismo, l’incontro col diverso, con l’altro da sé. Il regista, Claudio Noce, è un giovane autore di videoclip e cortometraggi, che “debutta in lungo” con un film radicato nella realtà capitolina.

Abbiamo incontrato uno dei due protagonisti somali, Amin Nour, alla sua prima prova “in lungo” la cui storia è drammaticamente simile a quella del personaggio che dà il titolo al film. Amin Nour, infatti, è nato in Somalia, a Mogadiscio. Durante la guerra civile, assiste allo sterminio di quasi tutta la sua famiglia. Amin, salvato dal nonno, va in Etiopia insieme ai familiari superstiti, attraversando a piedi il deserto (una marcia di oltre 450 km). Nel 1991, il nonno rimane in Etiopia e Amin, un bambino di quattro anni, arriva con la madre in Italia. Ora vive con lei e con la sua nuova famiglia italiana, a Roma. Nella capitale ha compiuto tutti i suoi studi a partire dalle elementari.

Come hai cominciato a fare cinema?
Ho iniziato per caso. Frequento Scienze infermieristiche all’Università Roma II e un amico mi ha chiamato per fare la comparsa. Poi, Claudio Noce [il regista di Good Morning Aman, ndr] mi ha visto e se ne è uscito dicendo: è la faccia di Said! È lui! Abbiamo provato. Ero sicuro di fare una figuraccia. Sono talmente stonato che a scuola avevo difficoltà a imparare una filastrocca a memoria! Invece…

Eri veramente Said…
Sì. Pare di sì. E poi, in un attimo, è stato proprio come se fossi veramente nato per fare quel mestiere. Anche nelle esperienze successive, con Giacomo Francia e Guido Massimo Calanca nel corto Il canto delle nuvole amare, per esempio, in cui sono il protagonista e devo interpretare un ruolo drammatico, ma essere anche tenero, e alla fine morire accoltellato… ebbene, mi veniva tutto naturale.

Insomma, sei nato per fare il cinema…
Perché no! Mi piace. Voglio imparare sul serio. Voglio studiare. Io e Said Sabrie, il protagonista di Good morning Aman, siamo la prima generazione di attori italiani neri, e sottolineo italiani, anche se lui ha il passaporto statunitense e io non ho neanche quello somalo, perché la Somalia è ormai da vent’anni soltanto un’entità geografica, un posto in cui la gente muore di ogni nefandezza.

Quando sei venuto in Italia?
Vent’anni fa, ormai, allo scoppio della guerra. Mio Nonno, Nour, da cui ho preso il mio nome d’arte, era uno dei pochi intellettuali somali schierato con l’Occidente, con l’Europa. Così, ci hanno fatto saltare col plastico la casa in cui abitavamo a Mogadiscio. Sono rimasto sei mesi in un bunker, mezzo rincitrullito. Avevo tre anni. A quell’epoca, mia madre, dopo aver lavorato per la delegazione somala all’Onu e presso l’ambasciata a Roma, per sopravvivere badava a due bimbi italiani. Furono i genitori di quei bambini, da cui mia madre lavorava, a volermi con loro e a finanziare il viaggio che da Mogadiscio, via Etiopia e Gibuti, mi ha portato a Roma.

E dopo?
Abbiamo cominciato a vivere tutti insieme. Come una famiglia. Una famiglia per due terzi bianca, cattolica e italiana (anche un po’ francese, perchè mio “padre” è nato a Parigi!) e per un terzo nera, musulmana e somala d’origine. Da vent’anni festeggiamo la nascita di Gesù e quella di Maometto! Si può fare, non è tutto regalato, ma si può fare. E se riesce, è bellissimo: ho un padre, due madri, un fratello e una sorella che più biondi di così si muore, e mi sento italiano, voglio essere italiano. Mi piace.

Ma legalmente, cosa sei?
Legalmente non sono né carne né pesce. Ho un permesso di soggiorno per studio, che devo rinnovare ogni due per tre. Ho studiato in Italia. Ho ricordi solo dell’Italia, a parte qualche sprazzo somalo nei miei peggiori incubi. Parlo un po’ di somalo, giusto per far contenta mia madre, ma penso, sogno, progetto l’avvenire in italiano. Da italiano. Quando hanno ucciso Quattrocchi in Iraq e lui, prima di morire, ha detto «Vi faccio vedere come muore un italiano», be’, mi si è stretto il cuore e ho pensato che, al suo posto, avrei voluto avere lo stesso coraggio. Poi, mi sono sentito avvizzire. Legalmente non sono niente. Ma sono Amin Nour, e credo di essere più italiano di tante persone che sputano in un piatto che hanno avuto gratis.

Riporta questo articolo nel tuo sito Stampa Spedisci ad un amico Leggi tutto...
Dalla tragedia somala al grande schermo
PDF
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 10 Dicembre 2009 17:43 )