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A chi conviene la guerra con l’Islam? PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello de Angelis   
Giovedì 04 Febbraio 2010 21:35

Secondo una statistica dell’Encyclopaedia Britannica sulle appartenenze religiose in Europa risalente al 1997 - ma non ci risulta ce ne siano di più recenti - i cristiani di diverse denominazioni ammontavano a 552.183.000 a fronte di una presenza islamica (di altrettanto varia osservanza) di circa 31.347.000.

Saltava comunque all’occhio un’altro dato, e cioè il numero elevatissimo di europei che si dichiaravano senza religione o definitivamente atei, che complessivamente superavano i 137 milioni su una popolazione che allora contava poco più di 729 milioni di abitanti: quasi il 19% dunque. Questo dato, da solo, spiegherebbe perché le chiese cristiane - e in particolare le gerarchie vaticane - abbiano sempre espresso maggiore preoccupazione per la deriva nichilista e la perdita dei valori religiosi in Europa, piuttosto che per la crescita del numero dei musulmani.

Ad oggi la situazione è sicuramente evoluta, sia nel senso di una crescita della presenza musulmana che per il numero di europei che rifiutano radicalmente ogni valore religioso. La sentenza della Corte europea che condurrebbe alla rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche e dai luoghi pubblici, desta giustamente maggiore inquitudine delle passate sparate dell’istrionico Adel Smith, islamico improbabile già nel nome, che conobbe una certa notorietà mediatica proprio per la sua richiesta di rimuovere i simboli cristiani dalla scuola di un paese d’Abruzzo frequentata dai suoi figli. Allora la presa di distanza delle legittime associazioni islamiche in Italia dalle esternazioni di Smith fu unanime.

Come siamo arrivati a percepire come un fatto acquisito che esista una guerra in atto tra il mondo cristiano e quello islamico e che questa guerra debba o possa essere combattuta anche in casa nostra? Se la chiamata alle armi non viene dalla Chiesa - che anzi fa continui appelli al rifiuto di una conflittualità interreligiosa - se la politica istituzionale, quella dei governi per intenderci, non quella della propaganda politica, sottolinea unanimamente la necessità di mantenere e aumentare la collaborazione in ogni campo con i Paesi musulmani, in particolare quelli della costa meridionale del Mediterraneo, se anche i circoli strategico-militari consigliano e invitano a non dare assolutamente letture religiose alla lotta al terrorismo, chi la vuole questa guerra?

Certamente la vogliono le centrali che hanno lanciato l’offensiva terroristica globale di etichetta islamica. La loro primaria condizione di sopravvivenza è che l’idea che esista o debba esistere un conflitto irriducibile e irrisolvibile tra il mondo occidentale e quello islamico dilaghi velocemente, tanto da spingere le “masse musulmane” tra le braccia dei loro reclutatori. Gli studiosi del neofondamentalismo sottolineneano come la peggiore fobia degli estremisti sia quella che un sempre maggior numero di musulmani possa sentirsi a proprio agio in un modello di società moderno, che loro ritengono antitetico a quello immaginato dai loro ideologi.

Risulta difficile a molti europei comprendere che la battaglia degli islamisti è prevalentemente condotta all’interno della comunità musulmana globalizzata. Non c’è alcuna volontà di conquista delle menti o delle anime degli occidentali, che si preferisce avere come irriducibili nemici. L’islamismo radicale si presenta come una “reazione difensiva” e rifiuta qualsiasi logica ecumenica: non tenta di unire o convertire, al contrario vuole spaccare e dividere, al proprio interno, i musulmani di tutto il mondo tra veri fedeli e apostati corrotti. Più che a una crociata per la conquista dei “luoghi”, la guerra degli islamisti somiglia alle crociate condotte all’interno della stessa Europa per sradicare senza pietà le eresie e le devianze dalla “vera fede”, a costo di stragi, roghi e torture. Non può essere sfuggito l’esito della più recente polemica che ha coinvolto i musulmani in Europa e cioè il dibattito relativo alla proibizione del burqa. Le posizioni assunte in merito dalla maggioranza degli imam francesi ha scatenato le ire di piccoli gruppi di militanti integralisti, ma ha anche finito per isolarli. Tanto che vediamo oggi ergersi a difesa del diritto delle donne di coprirsi integralmente alcune penne del giornalismo più progressista, disperatamente alla ricerca di una causa persa da fare propria.

La linea più intelligente e responsabile è invece quella assunta da Marcello Veneziani su Il Giornale, in un articolo dal significativo titolo: “No al burqa, ma niente guerre di religione”. Il noto giornalista, già dall’inizio del suo pezzo, invita innanzitutto noi a liberarci dal “burqa dell’ipocrisia”. «Da noi quante donne islamiche indossano il burqa?» domanda retoricamente; «Pochissime» è la risposta. «La maggior parte di loro punta all’integrazione e vi arriva nell’arco di una generazione; magari usando il velo sul capo con il viso scoperto. E non mi pare che il chador o affini siano una minaccia alla nostra identità o un’offesa alla nostra Costituzione» conclude, «semmai è un ritorno alle madonne del nostro passato, alle vecchie di paese e di campagna».

Quale deve essere dunque la nostra risposta a chi - islamisti radicali in testa - vorrebbe spingerci nel baratro di una guerra di religione, combattuta per giunta in casa nostra? Veneziani ha le idee chiare in proposito: «Chi chiede la cancellazione dei simboli islamici non si rende conto che l’atto seguente è la cancellazione dei simboli nostrani e cristiani, come coerentemente fanno in Francia». «Penso che sia una ricchezza e una bellezza» ricorda infine, «vivere in una società che si riconosca nel nucleo centrale della propria civiltà, attorniata da una libera costellazione di tradizioni minoritarie e di scelte individuali e di gruppo». È questo il modello tradizionale di società europea. Il suo opposto non è la società islamica, bensì quella atea, edonista, che rifiuta ogni morale, regola o direzione e che, in maniera meno sensazionale ma certo più efficace, da almeno mezzo secolo si cerca di imporci.

L’Islam è una realtà antica e complessa, che è necessario conoscere per non lasciarsi strumentalizzare. Tra i moltissimi testi a disposizione, accademici e divulgativi, ci sentiamo di consigliare la raccolta di interventi pubblicata dall’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente sotto il titolo Il fondamentalismo islamico. Dall’intervento del saggista Bijan Zarmandili ci sentiamo di riprendere queste considerazioni: «Si rischia spesso di identificare l’Islam esclusivamente con l’integralismo, pericolo evidente in molti ambienti occidentali. Nei media europei, per esempio, l’enfasi posta sul fenomeno terroristico di matrice islamica è tale da oscurare di sovente la complessa realtà delle nazioni islamiche. Una prima precisazione si impone: la vulgata dell’integralismo ha origini occidentali, perché essa è estranea, almeno nei termini in cui è presentata, all’Islam. La lettura intransigente del Corano da parte di alcuni gruppi islamici non è infatti estensibile all’intera teologia musulmana. Dunque, sarebbe più corretto parlare di “islamismi integralisti”, piuttosto che di “integralismo islamico”. Non sarebbe però inutile ricordare che, storicamente, l’Islam politico si è manifestato con due facce distinte e contrapposte. La prima rappresenta l’Islam come strumento per l’uguaglianza e la giustizia tra gli uomini. Certamente per i seguaci di Maometto la sovranità appartiene a Dio, mentre in democrazia la sovranità è del popolo; ma molti musulmani credono che le due cose non siano incompatibili, ossia che la democrazia non escluda la sovranità di Dio. Nelle sue ultime fasi di sviluppo questa tesi ha persino prodotto la convinzione che l’Islam possa positivamente condizionare il pensiero politico e condurlo nella direzione democratica, assicurando la partecipazione del popolo al destino del proprio Paese. Questa idea di Islam non ammette inoltre la guerra se non per ragioni puramente difensive, e proibisce l’esercizio della violenza da parte di un musulmano su un altro musulmano. Si tratta di una sorta di dottrina della “non violenza”, che l’Occidente ritiene estranea alla cultura islamica, per lo meno a quella che l’Occidente ritiene tale».
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 04 Febbraio 2010 21:38 )