| Il teorema Feltri |
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| Scritto da Marcello de Angelis |
| Lunedì 05 Aprile 2010 11:40 |
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Si sostiene che Fini, cofondatore del Pdl, macerato da invidia e gelosia per Berlusconi abbia perso il senno e voglia distruggere ciò che ha creato. Le soap opera giornalistiche fanno purtroppo presa su un pubblico abituato alle fiction Siamo tutti prigionieri del teorema Feltri. Un teorema che, per la sua semplicità, ha fatto presa su lettori ed elettori e oggi, secondo le migliori regole della comunicazione, si è sostituito alla realtà. E siccome anche i politici - inclusi parlamentari e ministri - sono lettori, questa realtà ri-costruita condiziona ormai anche la politica vera. Il teorema è elementare (e questo, per chi fa politica davvero, è indizio sufficiente per dubitarne) e sostiene molto semplicemente che Fini, cofondatore del Pdl, macerato da invidia e gelosia per Berlusconi - che è più popolare di lui - ha perso il senno e vuole distruggere ciò che ha creato.
Di più: Fini è un traditore delle proprie origini neofasciste e delle proprie idee di destra “vera” - che non sono condivise da Berlusconi e Feltri, ma il cui abbandono da parte dell’ex capo di An è comunque certificato di infamia. Per fortuna, recita a margine il teorema, qualcuno più meritevole e più “duro e puro” di lui ha raccolto dal fango le insegne gettate da Fini, se n’è fatto degno rappresentante e quindi ora fa il sottosegretario nel governo Berlusconi. Fini, dunque, che non è più di “destra vera” perché non è razzista, tollera i froci, non bacia le pile ai preti e rispetta la Costituzione, il Parlamento e il presidente della Repubblica, non rappresenta più niente e nessuno e dovrebbe abbandonare la politica. Fini è nemico della Lega, che è la “destra vera” perché xenofoba. Per volontà di Fini siamo invasi da milioni di stranieri, che lui vuole diventino subito italiani perché spera così di carpirne il voto, visto che i voti dei suoi ex elettori li ha ormai persi. Fini strizza l’occhio alla Magistratura che è l’armata delle tenebre che vuole distruggere il nostro lìder maximo, perché spera sordidamente che i guai giudiziari lo costringano a lasciare la politica e così lui, Gianfranco, potrebbe finalmente sedersi sul trono sguarnito. Fini, in realtà, pensa solo alla propria carriera, vuole farsi un partito suo, anche a costo di passare da numero due di un partito del quaranta per cento a membro di un quadrunvirato di un condominio del dieci per cento (assieme a Casini, Rutelli e persino Cordero di Montezemolo) e tutto ciò che dice e che fa è animato da una personale assoluta cattiveria nei confronti di Berlusconi e da cupio dissolvi nei confronti di tutto ciò che con lui ha creato. Fini è una sorta di moglie inaridita, acida, invecchiata, bruttina e ormai incapace di generare, che vuole rovinare la vita a un marito ancora giovanile, brillante e di successo, che piace a tutti e vuole ancora dare e ricevere molto dalla vita anziché starsene chiuso in casa e fare il pensionato angariato dalla vecchia megera che, purtroppo, per ingenuità o per errore, si è messo dentro casa quando era più giovane. Questa sceneggiatura ha tutti gli elementi della soap opera e non può non far presa su un pubblico assuefatto alle fiction e al Grande Fratello. E come una serie del Grande Fratello viene quotidianamente narrata, con anticipazioni e pettegolezzi sul detto e sul non detto, sul fatto e sull’ancora da fare e con un giornaliero televoto fatto da analisi di compendio di politologi o semplici polemisti e dall’immancabile rubrica della posta dei lettori, che ogni giorno comunicano il loro odio per l’infame messo alla gogna dal banditore e tirano il proprio sasso - o solo una palla di fango - anche solo così, tanto per essere partecipi dell’evento. Televoto nel quale l’eliminato è sempre lui, ovviamente, il Gianfranco che prima era un boia perché fascista e ora è un boia perché non lo è più. Anche perché ha detto (ma l’avrà detto davvero?) che il fascismo è stato il male assoluto. Cosa che invece Berlusconi, che ci lasciano intendere essere sotto sotto più fascista di Fini, ha invece relativizzato. Ovviamente Feltri non è stato mai fascista, quindi non sposa alcuna versione in merito; si limita a sottolineare che Fini è un rinnegato e quindi traditore dei suoi e per ciò inaffidabile e riprovevole. Bondi invece, che era marxista, non è un rinnegato ma uno che ha visto la luce… Condannato quindi senza diritto alla difesa o di replica. Con pietra tombale e damnatio memoriae. D’altronde ogni tentativo di dare la sua versione di questo o quello viene vanificato dall’esegesi fatta sui due quotidiani più letti dagli elettori - e dai parlamentari - del centrodestra, che per i trenta giorni successivi ti dicono che lui ha detto tutt’altro, quindi alla fine è meglio se sta zitto. Quello che per Feltri può essere nato come un divertente gioco per dimostrare che in Occidente un bravo direttore di giornale è molto più potente di un misero uomo politico, o come una guerra personale nei confronti di una persona che non gli stava simpatica, rischia di diventare il tritacarne che ridurrà in polpette il Pdl. Di più. Anche le singole iniziative - verbali come legislative - finiscono nello spartiacque che riconduce inevitabilmente a un’ispirazione da parte di uno dei due capi in guerra… Se fai qualcosa che suoni come assoluta piaggeria nei confronti di Silvio o del governo sei in un campo, se dici o fai qualcosa che appare dissonante sei stato ispirato da Fini, con buona pace per la dignità personale e politica del parlamentare. Ovviamente, se sei un ex-An hai un peccato originale che ti rende automaticamente sospetto. Quindi, o stai zitto per non farti notare, o finisci nella settimanale lista di proscrizione come finiano “doc” (definizione veramente super-idiota, perché ci finiscono tanti che, in An, finiani non sono stati mai), oppure devi essere più realista del re e cioè insultare Fini il doppio di quello che fanno i colleghi ex-FI o ex-nulla, per allontanare da te ogni sospetto. In questo imbecille gioco dello sfascismo interno c’è anche chi si ritaglia il ruolo di estremista e avvocato non richiesto di una delle due faziosità, parlando a nome e per conto di uno dei due fronti, facendo l’esegesi di quello che voleva dire o avrebbe detto uno dei due capi, buttando benzina sul fuoco e dando ai giornalisti tanto in più di succulento da spadellare con i dovuti virgolettati e foto dei campioni delle due squadre che ottengono così il premio della visibilità. E siccome la prima virtù della politica - secondo il geniale Machiavelli - è “esserci”, è più redditizio aggiungersi alla cagnara e proporsi come moschettiere del re o del cardinale piuttosto che restare nell’ombra a fare il lavoro oscuro e spesso poco gratificante del parlamentare da commissione. C’è infine un’ulteriore tragicomico effetto. Il re e il cardinale, è vero, non hanno un rapporto idilliaco, hanno caratteri opposti (tra le altre cose, uno fa di tutto per rendersi simpatico e l’altro sembra fare di tutto per risultare antipatico) e le rare volte che hanno un colloquio sembrano esprimersi in idiomi differenti. Sono, come tutti i politici, entrambi diffidenti e perennemente sul chi vive e si cibano di rassegne stampa, predigerite e spesso chiosate dai propri collaboratori. Quindi, anche i due protagonisti della soap leggono l’uno dell’altro sulle agenzie o sugli editoriali - che ognuno teme siano ispirati dall’altro - e vivono anch’essi la politica nella non-realtà mediatica anziché nel mondo banale ma graniticamente logico in cui vivono i poveri mortali (che proprio per sfuggire da questa realtà poco eccitante si immergono in fiction e rotocalchi). In conclusione: cercar di demolire quotidianamente l’immagine di Fini - cofondatore del Pdl e terza carica dello Stato - è un atto lesivo della stabilità e della credibilità del Pdl. Usare uno strumento esterno a un partito - ad esempio un giornale - per reclamare o provocare la dipartita o l’allontanamento di uno dei suoi esponenti di maggiore visibilità è una violenza nei confronti del partito stesso. Cercar di creare o acuire in qualunque modo divergenze o frizioni interne è destabilizzante nei confronti del Pdl. Creare sindromi e alimentare paranoie tra i sostenitori e i rappresentanti di un partito non giova al buon funzionamento del partito stesso. Per questo appare totalmente illogica anche la teoria speculare “finista”, secondo la quale gli attacchi di Feltri sarebbero ispirati da Berlusconi: nessun politico, per natura, è autolesionista. Ciò detto, Feltri è uno dei migliori professionisti del giornalismo italiano, quindi spiace soprattutto che un talento così eccezionale non sia adoperato a fini migliori. O addirittura - perché no? - a migliorare Fini… Così va il mondo. Persino nelle fiction. |