| Dopo la tristezza e il cordoglio, è il momento della responsabilità |
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| Scritto da Marcello de Angelis | |||
| Venerdì 18 Settembre 2009 10:27 | |||
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Sei paracadutisti della Folgore sono stati uccisi: una tragedia seconda solo alla strage di Nassirija. Siamo tristi, ma non scioccati. Purtroppo dobbiamo ricordare a noi stessi che chi sceglie la “via delle armi” mette la propria vita in mano al destino. In guerra, si può anche morire. Ma siamo in guerra? O siamo in “missione di pace”?
In realtà le nostre missioni non sono mai “di pace”, bisogna prendersi la responsabilità di dirlo. Ci sono missioni di “creazione di pace”, “costrizione alla pace” o di “mantenimento della pace”, la missione è sempre “in atto”, una volta raggiunto il risultato, in teoria, si molla. Abbiamo aggiunto, sul piano politico, formule fantasiose come “la costruzione di nazione o stato” e addirittura quella di “esportazione di democrazia”. Tutto questo per “rimuovere la guerra”, come se evitare di pronunciarne il nome fosse sufficiente ad esorcizzarla. Ma la morte è più difficile da rimuovere. Per molti “uno-otto-sei” era una sigla ignota fino a ieri, oggi è il numero di un reggimento. Per altri – e lo dico con orgoglio, anche per me – significa molto di più. Il basco amaranto, dicono le nostre canzoni, è di quel colore perché intriso del sangue dei paracadutisti che hanno donato, generazione dopo generazione, la vita per la Patria. Non si può fare nulla per far sì che nessun uomo o donna in uniforme abbia a perdere la vita: è il mestiere delle armi. Ma si deve fare di tutto perché chi sceglie questa vita senta in ogni momento di avere dietro di sé la nazione intera e il sostegno delle istituzioni; non solo in occasione dei funerali. Gli italiani sono i migliori soldati del mondo. Non è una frase retorica, è assolutamente vero. Abbiamo un ottimo armamento e dei mezzi di altissimo livello, un addestramento invidiabile, una grande disciplina ma abbiamo, più di ogni altro e ci viene riconosciuto da tutti, il migliore “approccio”. Nulla a che fare con le macchiette che ancora ci propina la cinematografia americana, nulla a che fare con “l’esercito dei mandolini” o “la brigata dell’amore”. Noi sappiamo guadagnarci la fiducia delle popolazioni locali con l’impegno ed il contatto umano. Sono stato in Libano in visita al contigente italiano dell’Unifil e c’erano molti paracadutisti del 186 sotto il comando del generale Fioravanti. Il comando delle truppe Onu è affidato al generale Graziano che ho conosciuto in Afghanistan nel 2006, quando era al comando degli alpini della Taurinense. In Libano i ragazzini passavano sul lato sinistro dei militari per controllare i colori dello scudetto: se vedevano verde gridavano “ciao”, se c’era il blu dei francesi tiravano dritti… Un soldato è ciò che è in virtù del proprio comandante. Non ho mai conosciuto comandanti migliori dei due uomini che ho poc’anzi nominato. È un dovere sacro onorare i morti ma è altrettanto doveroso onorare i vivi. Il problema non è se ritirarsi o meno dalle zone di guerra, è vegliare ogni giorno con tutti i mezzi perché nessuno dei nostri torni avvolto nel tricolore o su una sedia a rotelle. Più fondi significa più mezzi ma, soprattutto, più addestramento e più peso politico, che serve per assicurarsi che il comando delle operazioni sia nelle mani di ufficiali educati alla dottrina secondo la quale la guerra si vince costruendo strade e pozzi, non bombardando alla cieca villaggi. Così vincevano le legioni di Roma, costruendo strade e innalzando templi alle divinità locali, anziché distruggerli. Restiamo in Afghanistan e in qualunque altro posto il dovere ci chiami, ma andiamoci tutti, almeno simbolicamente, non mandiamoci solo i nostri ragazzi.
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