| Non di ogni erba un fascio |
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| Scritto da Marcello de Angelis | |||
| Sabato 31 Ottobre 2009 12:56 | |||
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Abbiamo spesso criticato l’utilizzo strumentale, in politica, di categorie collettive (donne, giovani, lavoratori...) a cui viene assegnata una valenza o addirittura una caratterizzazione ideologica di comodo, per meglio sfruttarla millantandone la rappresentanza. Fastidiosissimi sono quelli che iniziano i discorsi con “noi donne” o “noi” qualsiasi altra cosa, perché ti sbattono in faccia ancor prima di dirlo che il peso delle loro parole non sta nella loro sensatezza e meno che mai nell’autorevolezza di chi le pronuncia, ma nell’enorme numero dei “rappresentati” in questione, ai quali ovviamente nessuno a chiesto se volessero essere rappresentati dall’oratore di turno.Quando il comunista di turno affermava che i poveri, i lavoratori o anche le donne e i giovani, gli omosessuali o gli artisti e quelli che facevano volontariato o - con Bosio - che addirittura i bambini fossero di sinistra, noi dicevamo “ma non dite idiozie, non esistono omogeneità ideologiche settoriali, infatti il voto dei lavoratori l’avete perso, quello dei giovani e delle donne anche, alcuni ricchi finanziano i vostri giornali e ogni povero si vota al santo che gli capita...”. Ma poi ci ritroviamo a fare scivoloni identici al contrario, categorizzando in negativo tutti gli immigrati, che appartengono a cento religioni e mille etnie, culture e livelli sociali diversi, per arrivare agli attacchi indiscriminati agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai giornalisti o alla magistratura. Non è molto raffinato, ma neppure molto intelligente. Molti dipendenti pubblici saranno sicuramente sulle nostre posizioni e ci resteranno anche se per giorni e settimane gli diamo dei fannulloni - perché nessuno più di loro sa che alcuni tra loro hanno imposto questa nomea a tutti gli altri - ma a lungo andare potrebbero finire per chiedersi se non ci sia da preoccuparsi per le nostre generalizzazioni. Se continuiamo a trattare da untori e terroristi tutti i mussulmani, non è che quelli che non lo sono lo diventeranno, ma a lungo andare si potrebbero convincere che, pur non essendo loro nostri nemici, noi siamo invece nemici loro. Da giornalista posso dire che sparare su di noi come soggetto collettivo non presenta particolari problemi, perché anche se qualcuno poi tenta di evocare pericoli per la libertà di stampa è chiaro a tutti che le vestali della verità come quelle dei film purtroppo non esistono e che i giornalisti sono in realtà persone normali pagate da imprenditori più o meno trasparenti per orientare l’opinione pubblica in un senso o nell’altro. Il che non impedisce a nessuno di avere la propria coscienza e onestà intellettuale, ovviamente, ma il cruccio di perdere lo stipendio inibisce di più delle censure vere o presunte. Quindi la questione non è se un giornalista è di destra o di sinistra, ma per chi lavora e chi lo paga. Il problema diventa più serio quando parliamo dei magistrati o, peggio, de-individualizzandoli ancora di più, della “magistratura”. Perché questi professionisti del diritto dovrebbero essere - tutti e nessuno escluso - al servizio dello Stato. Più propriamente, se vogliamo concederci un po’ di romanticismo, dovrebbero essere al servizio di un valore che trascende addirittura lo Stato e cioè la Giustizia, quella con la G maiuscola, che non è il potere giudiziario e nemmeno quello legislativo, perché è possibilissimo - anzi, piuttosto frequente - che ci siano leggi e sentenze ingiuste. Qui cominciano i dolori: la politica non deve controllare l’amministrazione della Giustizia, perché potrebbe usarla per consolidare il proprio potere in barba alle leggi e al diritto, ma nemmeno i magistrati possono affermare il proprio potere al di sopra di ogni altro, perché questo significherebbe negare ogni principio democratico, imporre una dittatura oligarchia e fare comunque scempio della Giustizia, perché nessuno può sentirsi veramente tutelato da un club di intoccabili che assurgono a tale dignità per cooptazione degli anziani della corporazione, che poi sono gli unici autorizzati a giudicarli. Che succede, ad esempio, se una tale corporazione decidesse di smantellare ogni altro potere e imporre su tutti il proprio potere assoluto? Chi potrebbe fermarli? Ma questa è in fin dei conti la tentazione di ogni potere, divenire assoluto ed eterno. È per questo che ogni Costituzione che si rispetti è soprattutto un manuale di equilibrio tra i poteri, che faccia sì che ognuno impedisca all’altro di prevalere. Il potere, purtroppo, è la libertà di ridurre il potere degli altri e quindi condizionarli, asservirli e, in fin dei conti, gestirne la libertà. Ma la magistratura è un’istituzione irrinunciabile (il che non significa, ben inteso, “un male necessario”) e comunicare ai magistrati, quotidianamente, che li consideriamo tutti potenziali eversivi - come gli “islamici”, per capirci - potrebbe anche indurli a ritenere legittimo fare fronte comune contro di noi. E questo è proprio quello che serve - tra i magistrati, come in qualsiasi altro insieme o categoria - a impedire l’identificazione e l’isolamento di coloro i quali, abusando del proprio ruolo, lo sovvertono e lo tradiscono. Vale per i sindacalisti come per i poliziotti, per i giornalisti e soprattutto per i politici. Il senso dell’autogoverno è questo mettere all’indice quelli tra noi che disonorano la professione impedendo così che qualcun’altro sia costretto a farlo, bonificandoci dall’esterno. È per questo che non dobbiamo avere solidarietà per i colleghi giornalisti che fanno disinformazione e vengono meno ai principi deontologici ed è per questo che dovremmo essere i primi a chiedere l’arresto per un politico che ruba, turba un’asta o traffica col denaro pubblico, altro che reintrodurre l’immunità parlamentare. Allo stesso modo, però, vorremmo che i magistrati onesti, quelli che servono la Patria e non il Partito, quelli per cui contano veramente le regole e più le leggi che le tessere, abbiano il coraggio di fare pulizia al proprio interno, per isolare e marginalizzare quelli tra loro - e sanno bene chi sono e quanti sono - che sono entrati in magistratura non per servire la Giustizia, ma per servirsi di essa. Non si tratta di singoli, ma di un gruppo organizzato, che molti anni fa iniziò ad infiltrarsi in questa importante istituzione. Potremmo parlare di “magistratura deviata”, come in passato avemmo a che fare con i “servizi deviati”, quelli che anziché difendere i cittadini permettevano che venissero massacrati dal terrorismo e che anziché difendere la legalità connivevano con la Mafia. Questi “magistrati deviati” sognavano invece la rivoluzione socialista e i tribunali del Popolo e ancora oggi, venti anni dopo il crollo del comunismo, perseguono la loro missione come agenti che nessuno può disattivare. Un giorno ci faranno un film, per ora basterebbe una riforma. I tribunali speciali si possono scongiurare con un solo mezzo: i tribunali ordinari. Che anche i magistrati rispondano delle loro azioni alla giustizia civile, che paghino in prima persona per i propri errori e per i propri misfatti. Solo così libereremo la magistratura e salveremo i magistrati onesti. Che sono la maggioranza.
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