| Scritto da Marcello de Angelis,
10-12-2009 17:33
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Pubblicato in : , Articoli 2009 |
A leggerlo sulle agenzie quotidiane, il Pdl ricorda l’Impero romano al suo declino: bicefalo, minacciato dai barbari, impegnato in continue quanto improduttive cospirazioni. C’è un imperatore d’Occidente asserragliato nei suoi palazzi antichi e ormai deserti, con un pugno di pretoriani immobili intorno a lui, che discetta di filosofia e mondi nuovi, ignaro e disinteressato delle folle che si trascinano tra i ricordi degli antichi fasti di Roma.
Poi c’è un’altro imperatore, con una corte ricca e compiacente dedita all’ostentazione e alle feste, venerato dai sudditi a cui dispensa pane e giochi circensi. Con i suoi alleati barbari che gli fanno di volta in volta da guardia d’onore o da minacciosa presenza armata e che ogni tanto effettuano piccole invasioni e razzie nel fu impero d’Occidente, dove l’imperatore d’Oriente lascia mano libera perché così indeboliscono il suo eventuale concorrente… Fin qui il romanzo, poi c’è la realtà politica, quella che la maggioranza dei giornalisti non vede, o non vuole vedere, o che semplicemente non considera di interesse mediatico. Eppure cose importanti ne succedono e sono di quelle che tracciano un percorso politico vero e coerente, cose che stanno, rispetto ai titoli sparati in prima pagina, come la realtà alla fiction. Il Pdl non è nato, come piace credere ad alcuni, da un predellino; sarebbe mortificante per tutti se così fosse. Che lo dicano gli avversari è ragionevole, ma che lo sostengano sedicenti fan del centrodestra è a dir poco idiota. Il Pdl è frutto di una maturazione politica condivisa dalla maggioranza degli italiani e di una riflessione nata a partire dalla fine dell’Europa dei blocchi e dalla sconfitta dell’ideologia comunista. Il disfacimento dei partiti storici e il desiderio di realismo politico imposto dalla rapida trasformazione del tessuto sociale italiano negli anni Novanta, abbattuti gli argini al rinnovamento posti ripetutamente e con pervicacia dalle forze del vecchio regime (dai governi tecnici all’ultimo governo Prodi), ha aperto agli italiani una prateria dove tracciare liberamente un cammino del tutto nuovo. Perché tutto questo si realizzasse serviva un soggetto politico maggioritario, con un programma realistico e concreto, costruito intorno ai principi dell’interesse nazionale e della coesione sociale. Alleanza nazionale questo progetto innovativo lo condivideva in toto, e tutti i suoi dirigenti ritenevano giusto e necessario travasare la propria esperienza e la propria storia in un soggetto totalmente nuovo. Ma perché questo progetto si realizzasse velocemente e appieno c’era una condizione ovvia e cioè che, attraverso delle riforme condivise, si passasse dall’Italia dei mille partiti che mantenevano la politica in uno stato di squilibrio costante delle alleanze tattiche, a un’Italia veramente bipolare dove fosse possibile una governabilità basata sull’alternanza. Tutti - e dicasi tutti - condividevano a tal fine la necessità di modificare, tramite lo strumento referendario, la legge elettorale vigente al fine di favorire le grandi aggregazione e disincentivare la frammentazione del panorama politico. La proposta per realizzare queste condizioni era semplice: trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione al singolo partito. Questo avrebbe reso più “conveniente” confluire in una singola lista che restarne fuori. Gli esiti del referendum sono noti. Nelle consultazioni del giugno scorso non si raggiunse il quorum, dopo un lungo e aspro dibattito sulla scelta della data e le minacce della Lega di far mancare i voti nei ballottaggi delle amministrative se Berlusconi avesse spinto sull’approvazione. Anche in questo caso il ricatto funzionò e il presidente del Consiglio preferì rinunciare alla riforma pur di salvare la coalizione di governo. Ma il messaggio di questa rinuncia è risultato in una smentita delle condizioni fissate prima della confluenza delle diverse forze nel partito unico e in un riconoscimento del fatto che chi era rimasto fuori del Pdl ci aveva guadagnato e chi, invece, aveva rinunciato alla propria rendita di posizione dando fiducia al nuovo progetto, si era esposto al rischio dell’irrilevanza e della scomparsa. Boicottando il referendum si è eliminata ogni possibilità di realizzare il bipartitismo e si è riconfermata la politica del ricatto e del migliore offerente, in un Parlamento dove un singolo partito di minoranza, fosse pure con un cinque per cento, può dettare legge ai partiti che hanno più del trenta per cento. Oggi, che di partiti che ambiscono al dieci per cento ce ne sono almeno tre (con il pericolo concreto che i comunisti smettano di litigare e ne tirino fuori un quarto da otto per cento) il sogno di un bipolarismo compiuto può considerarsi archiviato. Il venir meno delle condizioni fissate prima della fondazione del Pdl hanno costretto molti - ad esempio chi veniva da Alleanza nazionale e non aveva intenzione di veder cancellata la propria identità di componente sociale del centrodestra - ad alzare i toni per rinegoziare, dall’interno e non dall’esterno come la Lega, le garanzie sui contenuti e sugli spazi di dibattito. Non c’entrano nulla le ambizioni personali, le gelosie o le antipatie: si trattava di salvare decenni di storia politica al servizio del popolo e della nazione. Perché la componente sociale è un’anima importante della nostra politica nazionale, indispensabile perché il Pdl abbia una tenuta e sopravviva al suo trionfo elettorale. C’è voluto un comunista, giornalista del quotidiano Liberazione, per tracciare in modo compiuto e coerente il filo rosso rappresentato dall’anima sociale italiana nella storia. C’è voluto un comunista - per quanto lucido e attento - per riconoscere che è a causa di questa peculiarità della destra italiana “sfaccettata e plurale” che sinora abbiamo vinto, che stiamo vincendo e che sembriamo gli unici attrezzati a dare risposte convincenti per superare la crisi del modello mercatista oggi in irreversibile crisi. La destra sociale da salò a Tremonti è intitolato questo recentissimo libro, edito da manifestolibri e scritto da Guido Caldiron (vedi box). Due libri intrecciati tra loro, si potrebbe dire: uno che analizza con lucidità la continuità del patrimonio del patriottismo sociale nelle sue molteplici manifestazioni; un altro che ripropone in maniera estemporanea - quasi a voler scongiurare l’oggettiva valenza di questa sintesi non solo italiana - stereotipi e fantasmi interpretativi della più confusa e paranoica analisi marxista. Un libro che vale la pena di leggere, comunque, per capire che l’antimercatismo di Tremonti non c’entra certamente nulla con Salò, ma altrettanto sicuramente non esce fuori dal nulla e che il successo di un sindacalismo di destra non ha nulla di inspiegabile, così come è perfettamente logico il successo del centrodestra nei quartieri popolari, tra i lavoratori, tra i giovani e tra le donne. Ci voleva un comunista, perché i “nostri” invece ci raccontano una storia di sicuro meno edificante e anche meno avvincente. Tutti noi preferiamo di certo leggere quotidiani come Libero e il Giornale piuttosto che la Repubblica, ma questo è un motivo in più per dolerci del fatto che Vittorio Feltri abbia ingaggiato una battaglia personale per destabilizzare il partito di maggioranza. Lo fa quotidianamente e da prima che passasse da una testata all’altra, con una guerra personale contro il presidente della Camera e cofondatore del Pdl. Scrivere - di continuo - che Gianfranco Fini vuole abbattere Berlusconi, il governo di centrodestra e distruggere il Pdl, non ha nulla a che fare con il giornalismo, veicola una lettura decisamente infondata e diffamatoria e rischia di realizzare tutti i peggiori incubi di ogni sicero sostenitore del centrodestra. Una cosa è dire che non si è daccordo con la visione che ha Fini del Pdl e dell’Italia a venire, un’altra è cercare di convincere tutti gli elettori che la politica italiana - in assenza di una reale opposizione - si risolva in un derby tra i due principali esponenti del centrodestra. Il risultato peggiore di questo stillicidio a mezzo stampa, tra l’altro, è che finisca per convincere anche i due stessi protagonisti. Uno degli effetti negativi di questa lettura a dir poco piatta, è che oramai qualunque iniziativa o dibattito interno ai gruppi parlamentari venga immediatamente etichettato di “finismo”. Chiunque dissenta - anche se civilmente e moderatamente - viene sospettato di essere imbeccato da Fini. Il che, da un lato, veicola l’immagine di un Fini onnipervasivo e in grado di condurre una guerra di movimento in qualunque ambito parlamentare (alla faccia dell’uomo isolato e senza seguito ritratto costantemente dai suoi antipatizzanti), dall’altro schiaccia qualsiasi segnale di vitalità del più numeroso gruppo parlamentare della storia patria, negando singola dignità a deputati e senatori e banalizzando ogni legittima iniziativa che non venga dalla decina di personalità autorizzate a esprimersi pubblicamente. Ministri inclusi, visto che persino questi, per poter dire la loro, devono ricorrere a interviste sensazionali e a toni da rissa. Eppure - malgrado il tentativo di comprimere centinaia di politici con venti, trenta o quarant’anni di attività alle spalle, ex ministri e sottosegretari e amministratori di ogni livello nel ruolo di massa anonima e pigiatasti, membri di una casta parassitaria e senza titolo che occupano dei seggi per cortesia sovrana - il Pdl continua a manifestare una miracolosa vitalità. Ci hanno pensato venticinque - o poco più - senatori a risvegliare un partito che si voleva nato morto, con Provincie e Regioni appaltate o regalate a consoli e proconsoli che aspirano a trasformarsi in satrapi e considerano il partito una loro proprietà privata. Sono bastati alcuni documenti ben scritti e un seminario autoconvocato per far ricordare ai vertici organizzativi che un partito dove i simpatizzanti non possono nemmeno partecipare con il banale gesto del tesseramento non può essere esattamente considerato “vivace”. E sempre dal Senato - luogo da sempre considerato sede dell’apatia politica - si è aperto invece il dibattito sulla materia sin qui considerata più intoccabile, quella del Bilancio e degli interventi economici. Da lì, con pochi precisi emendamenti, sono state rimesse sul tavolo proposte di intervento sociale vere, come il taglio dell’Irap per le aziende con meno di 50 dipendenti, la riduzione dell’Irpef e il quoziente familiare e interventi sulle locazioni e sugli affitti, volti a far emergere il nero e abbassare i canoni. Su queste proposte si è discusso e molto. E il Pdl è tornato a farsi partito di governo ma anche di iniziativa sociale. Le stesse proposte sono state portate poi alla Camera, per continuare la riflessione nelle commissioni e insieme al governo, su temi che non riguardano questa volta le diverse visioni sull’Italia che verrà, ma che riguardano l’Italia di ora e subito, l’italia della crisi, l’Italia di chi produce e di chi non può produrre più - anche se vorrebbe - perché ha perso il lavoro. Abbiamo dimostrato, con così poco, che esiste un Pdl che non è fatto di veline e un Parlamento che non è composto di raccomandati e faccendieri. Esistono invece un Parlamento e un Pdl che si vuole tenere nascosti, perché danno fastidio. Forse anche allo stesso Pdl. Certo non a Berlusconi e tanto meno a Fini. Probabilmente nemmeno al governo, dove molti ministri lavorano nell’ombra senza meritare - ma forse nemmeno la cercano più - l’attenzione dei cronisti. Bisogna guardare più in basso, probabilmente, dove le rendite di posizione sono più recenti e meno visibili e proprio per questo rendono di più. C’è chi pensa che il partito - e il territorio - siano al servizio delle proprie carriere e dei propri interessi: purtroppo dobbiamo ammetterlo. E forse era difficile evitarlo, in un partito così grande e cresciuto così in fretta. Ma per fortuna c’è ancora chi - e potrebbe essere in maggioranza - crede che la propria missione sia servire: e il partito e il territorio. Che nel Pdl si ritorni a parlare e a fare di politica dipende in realtà da tutti noi. |