| Né perle ai porci, né Itaca ai Proci |
|
|
|
| Scritto da Marcello de Angelis | |||
| Martedì 09 Marzo 2010 00:07 | |||
|
Se aveva ragione Platone nel Menesseno quando scriveva che «la costituzione dello Stato è il mezzo col quale si formano gli uomini; buona se buoni cittadini produce; cattiva se cattivi», potrebbe avere ragione chi dice che la nostra Costituzione andrebbe rivista. Perché, è indubbio, il civismo non è certo la caratteristica per la quale passerà alla storia la nostra Repubblica italiana. La corruzione, semplificando, è il prevalere dell’interesse personale sull’interesse collettivo, o quanto meno il suo risultato. Sarebbe bello poter credere che esistano dei codici che, solo perché scritti e implementati, possano cancellare dalla natura umana la tendenza a corrompersi o essere corrotti. E la corruzione non è solo prendere soldi. Magari lo fosse. Del guadagno economico, delle transizioni illecite, persino delle bustarelle, è possibile trovare traccia, della corruzione interiore ovviamente no. Abbiamo giocato in molti e per anni parafrasando la storica battuta di Andreotti, dicendo che «il potere corrompe solo chi non ce l’ha».
Il potere può forse non corrompere solo chi ci arriva dopo un percorso lungo e strutturato, chi pensa di averlo per un tempo limitato e solo per usarlo al servizio di altro. Non è una questione di età, ma di formazione. Ma ormai nessuno è più in grado di certificare nemmeno questa. “Meritocrazia” è un altro termine abusato e vuoto di senso della nuova politica senza politica: cambia di obiettivo a secondo di chi la usa, ma vuole sempre dire “io me lo meriterei più di te” oppure “dovrei essere io a decidere chi se lo merita”. E alla fine, comunque sia e chiunque decida, prevalgono le “considerazioni di merito” arbitrarie di chi, in quel momento, ha il potere di scegliere. Nella retorica banale e squallida dell’“anti casta” - che, mi si scusi il termine, ha veramente rotto le balle - si trita e ritrita la mistificazione secondo la quale ci sarebbe stata un’involuzione dovuta al fatto che le liste si fanno per “nomina”. Che clamorosa idiozia! Dovremmo quindi dedurre che le assemblee invece elette con le preferenze - vedi Comuni e Regioni - abbiano subito un innalzamento della qualità dei suoi rappresentanti? Il ritardo con il quale questo numero di Area esce in edicola è dovuto al mio personale e inutile tentativo di vederci chiaro sulla vicenda delle liste non ammesse alle Regionali - problema che spero sia stato risolto al momento in cui questo articolo viene letto. Indipendente dalle ragioni reali dei disguidi si è reso palese - anche agli occhi dei ciechi “volontari” - che i conflitti tra gruppi e intragruppo, la competizione senza esclusione di colpi interna alle liste e ai cartelli elettorali, non sono esattamente un elemento salvifico. Fatemi essere più chiaro e più brutale: non so se siano meglio le liste di nominati che portano nelle assemblee galoppini, amanti, suoceri e nuore o quelle che fanno eleggere con decine di migliaia di preferenze personaggi ignoti agli elettori ma “fortemente consigliati” da singoli potenti, cosche o potentati, lobby o conventicole. Certo, una soluzione terza e migliore e impeccabile non la trovo - e non so se siano, come si torna a sostenere, i collegi uninominali. Sempre per restare in vena di citazioni, si torna a rispolverare Winston Churchill con la sua sardonica: «La democrazia non è certo il migliore dei sistemi; ma ancora non ne ho trovato uno migliore». Era meglio quando c’erano i partiti e la partitocrazia? Secondo molti sì. Ma forse sono gli stessi che anni fa si scagliavano contro i partiti e la partitocrazia. Era più legittimo rubare per i partiti che rubare per se stessi? Secondo tanta gente sì. Anche quando si commette un crimine, lo si può fare con maggiore o minore dignità e oggi, davvero, non ci sono più scusanti. La regole sono la sola risposta - ai problemi elettorali come a quelli delle presentazioni delle liste - purché però si rispettino e valgano per tutti. Sarebbe meglio che fossero poche, semplici, comprensibili e orrendamente rigide, in modo da non lasciare spazio a interpretazioni e equivoci. Ma temo che ci sarebbe comunque qualcuno che tenterebbe di aggirarle. Siamo ancora l’Italia del “fatta la legge, trovato l’inganno”. Troppi italiani - e stiamo parlando degli elettori - pensano che la politica serva a trovare il modo di aggirare le regole a beneficio del singolo e non ad applicare le regole a beneficio di tutti. Almeno questa è la mia esperienza. Dopo più di trent’anni passati a fare politica senza contare nulla (e senza aspettarmi di farlo) mi sono trovato a partecipare per la prima volta a una campagna elettorale in cui ero candidato: quasi ogni persona che mi incontrava - e molti erano eletti negli enti locali - mi sondava per capire in che settore potessi intervenire con raccomandazioni e spintarelle: aggirare la graduatoria di un concorso, far entrare la figlia in Rai… Quando poi scoprivano che io non ero disposto - o non ero in grado - di fare cose del genere, i più sinceri mi chiedevano «e allora a cosa mi servi?». Aldilà delle banali critiche ai politici e alla politica c’è questo: la convinzione che la politica serva a distribuire non giustizia ma privilegi e quindi il risentimento per chi a questi privilegi ha accesso e non vuole “spartirli”. E questa convinzione - spazzate via le tanto odiate ideologie, che almeno avevano il merito di illudere i meno scaltri che la politica si facesse al servizio di qualcosa e non di qualcuno o peggio ancora di se stessi - ormai è entrata in testa di tantissimi di quelli che entrano in politica, pensando appunto che sia una “opportunità” anziché un servizio. E non è vero che il potere non corrompe e ora ho anche capito “come” corrompe. Il potere, a tutti i livelli, ti fa credere, appunto, che le regole valgono solo per gli altri. Così si comincia facendo le tessere false per vincere un congresso di sezione, o iscrivendo gente di un’altra città per vincere un congresso universitario in una sede distaccata. Poi si infila qualche parente bisognoso in qualche posto di lavoro. Poi si viene eletti con i voti che ti dà il padrino (in senso politico, non necessariamente mafioso) che poi vuole fare anche il padrone. Poi si scopre la bella sensazione di poter distribuire o negare vantaggi e benessere. E quando si arriva a questo non ci si ferma più. Servono regole interne ai partiti. Ma allora ci vogliono i partiti. Ma nei partiti poi ci sia chi fa rispettare le regole e non chi se ne approfitta. La soluzione non è a portata di mano. Bisogna continuare a cercarla. Ma per farlo bisogna continuare a credere che ne valga la pena. Lasciare Itaca nelle mani dei Proci, non è un’opzione accettabile. Anche se la tentazione di tornare a Ogigia da Calipso può essere molto forte…
|