| Scritto da Marcello de Angelis,
15-07-2010 12:42
|
Pagina vista : 673  |
Pubblicato in : , Articoli 2010 |
Nessuno, mentre i giornali annunciavano la minaccia di ulteriori modifiche al provvedimento sulle intercettazioni e una sua calendarizzazione estiva, si sarebbe aspettato una battaglia parlamentare di tre giorni, senza pausa notturna, su un decreto che prevedeva un riassetto degli “enti lirici”. Eppure è accaduto.
Le opposizioni hanno litigato tra loro, i dipietristi (forse per mandare in secondo piano i guai giudiziari del loro guru e messia) hanno opposto uno strenue ostruzionismo al provvedimento, ottenendo anche di tenere inchiodato allo scranno lo ieratico ministro-poeta Sandro Bondi, cosa che non gli è mai riuscita con l’odiatissimo Tremonti e con nessun altro esponente del governo. Qualcosa di storico è comunque accaduto: il partito più ignorante della storia d’Europa - l’Idv - è riuscito a occupare le cronache come paladino della “cultura” e della “identità nazionale”. Poveri i nostri padri e i nostri vati… Diciamoci la verità: il “decreto Bondi” era fatto coi piedi ed è stata una fortuna che l’isteria improduttiva dell’opposizione ci abbia dato l’opportunità di intervenire a gamba tesa per cercare, nei limiti, di ridurre il danno. La questione lirica - importate come altre - andava affrontata con una legge parlamentare, e di disegni di legge ce ne sono già depositati da tempo almeno due. La lirica - dobbiamo dirlo? - è una delle più grandi realizzazioni della cultura italiana, non miete denaro ma, come il Papa, fa parte di quello che noi abbiamo più di tutti gli altri e che fa di noi qualcosa di speciale. Ma stiamo parlando - ammettiamolo - di cose campate in aria. La “cultura” in Italia spesso lo è: campata in aria. O è qualcosa di quasi incomprensibile ai più - poesia ermetica e film uzbechi - o, più probabilmente, è una narrazione privata tra Nanni Moretti, la mamma con cui litigò quando scelse di non iscriversi al Pci, la sorella che scelse Autonomia operaia, lo zio che decise di rifluire nell’edonismo degli anni Ottanta e l’ex filosofo marxista che, pragmatico, decise infine di diventare un dipendente di Berlusconi. Provocati dalla trincea parlamentare immotivata e dall’immeritato bagno di giovane sangue per il ministro-poeta e gli enti lirici, abbiamo voluto, di nuovo e forse inutilmente, dirci qualcosa sulla cultura. E pensare che fino a qualche anno fa eravamo ben contenti di morire per una cosa così inutile: magari per difendere il buon nome di Drieu La Rochelle (che oltre a scrivere romanzì preferì morire piuttosto che strisciare). Adesso gli autori proibiti della nostra gioventù li danno in allegato ai quotidiani di sinistra, ma c’è comunque qualche ex analfabeta che te li mette sotto al naso in edizione di lusso per farti vedere che legge qualcosa di elitario. Con buona pace della cultura, che era nobile ma di tutti, e nobile perché di tutti, sacra perché comprensibile a tutti e geniale perché alla portata di tutti, bella per tutti, saggia per tutti, preziosa, ricca e antica e… di tutti. Penso a Veneziani - e verso lacrime. Ricordo che disse che la cultura è “coltivazione e culto”. Mai nessuno ha formulato una definizione più appropriata e più consona ai nostri tempi bui. La cultura è tutto ciò che va preservato come una cosa sacra, ma anche coltivato come una piantina debole e preziosa e mai lasciata andare… E allora perché il mio primo direttore, quello che ha scritto tutto e capito tutto prima degli altri mi dice - e mi scrive su questo stesso numero - che non vale più la pena di fare nulla e - citando Jünger - che è ora di rifugiarsi nel bosco. Come? Adesso? Ora che abbiamo tutti gli strumenti a disposizione? Direttore - per Dio! - proprio adesso dopo trent’ani di attesa, quando siamo al governo di comuni, regioni, e persino del governo nazionale, dobbiamo ritirarci al bosco perché non c’è nulla da fare? Quindi la staticità di Bondi - ex comunista deluso fulminato sulla via di Arcore - deve vincere sulla tua coerente affermazione nicciana ed evoliana e prudoniana e paretiana e tanto altro? E che ti abbiamo letto a fare, su Pagine libere e su L’Italia settimanale e ovunque altro, su Comunitari o liberal e su Di padre in figlio e tu lo sai quanto e dove altro? E adesso te ne vai? Ci hai sedotto e abbandonato? Ci hai provato, non ci sei riuscito e ora - deluso - molli tutto e ci dici che non c’è altra scelta che rifugiarsi nel bosco? Ti attacchi, caro Marcello! Tu ci hai detto chi era il nemico e ora - per cortesia - il primo calcio glielo tiri tu! Avanti, diciamocelo fuori dai denti: il cinema italiano fa schifo, perché, da decenni, i fondi pubblici vanno solo ai figli d’arte che fanno solo film per la loro famigliola, storie che devono giudicare i loro genitori blasonati, i loro addestratori accademici, i loro segretari di partito e le loro fidanzate radical-chic. I loro film non li vede nessuno - ma è ovviamente perché il popolo è ignorante, diseducato al gusto dalla televisione commerciale di Berlusconi e, in generale, rozzo e bieco… La musica italiana non produce nulla di decente, perché, a parte i big ormai ultra sessantenni, tutto è filtrato da un sistema che ha in Maria De Filippi la sua massima espressione. Si prendono dei ragazzini ambosessi aspiranti cantanti, gli si dice come vestirsi, chi imitare, cosa cantare e - voilà - con un proficuo accordo con case discografiche e radio gli si fa vincere il concorso. Tutto grazie al televoto. Con programmi all year round che fidelizzano le adolescenti nazionali si pilota il voto sul belloccio di turno o sulla piagnona del momento. E i soldi entrano a vagonate! Ma il successo dura un momento e non oltrepassa i confini nazionali perché è… finto! Oh mio Dio! Abbiamo detto che la cultura italiana è un bluff, nelle mani di pochi luridi speculatori e impedisce a chiunque valga di tirare fuori la testa?! Si! Dio ci perdoni! L’abbiamo detto! E non abbiamo ancora fatto tutti i nomi ma, se qualcuno ci provoca, siamo anche prontissimi a farli. Torniamo alla politica istituzionale - tanto per fare finta che parliamo di cose serie. Secondo voi è cosa dignitosa limitare le competenze di un ministero della Cultura a spettacolo e “beni culturali”, cioè ruderi e quadri buttati in cantina? È questa la politica culturale della nazione che possiede due terzi delle opere d’arte esistenti al mondo?! Teatrini assistiti da denaro pubblico e recitati da ex mogli d’artisti celebri e loro figli e custodia di reperti catalogati e non, di cui abbiamo un’eccedenza incalcolata e incalcolabile? E per fortuna che c’è Battiato che finanzia le produzioni di semi-sconosciute catanesi che - almeno - si ricordano che per seicento anni hanno beneficiato dell’illuminata guida spirituale dei saraceni… Con il permesso dei padani - of course - che probabilmente, pur facendone consumo, non sanno da chi i celti hanno appreso l’arte della birra. Concludiamo - se si può concludere senza una pietra tombale. Il problema non è Bondi: è come è concepito il suo dicastero. Non si può scindere la politica dei beni culturali dall’educazione, dalla comunicazione, dall’istruzione, dal cinema e dalla televisione. Di che cavolo stiamo parlando? Di poeti morti? I talenti non emergono perché non sono mantenuti dallo Stato?! I pittori veri devono morire di fame, i ballerini devono spaccarsi le gambe e i giovani cineasti devono fare film con i soldi della zia, i cantanti e cantautori veri devono registrare di notte, quando hanno finito di montare le impalcature del cantiere. Altro che Fus! Affanculo i figli di papà, i figli d’arte, le fighette e i pseudomilitanti dei centri sociali, finti afro, finti poveri, finti sofferenti. Coraggio, ci vuole. Coraggio e crudeltà. La cultura non nasce dal piagnisteo e dai pannolini profumati. La poesia vera nasce dal dolore. Per dirla con Nietzsche, «ai poeti e alle galline il dolore fa gridare coccodè!». Ma sentiamolo almeno questo “coccodé!”. E senza andare lontano la stessa cosa vale per lo sport. Ma veramente vi aspettate che possano vincere il mondiale delle fighette depilate, pagate più di Claudia Schiffer, più occupate a farsi tatuaggi alla moda e permanenti che a sudare e vomitare sangue? La cultura? Non è cosa da educande, poeti glabri e commesse innamorate. Non è un business per effeminati senza lavoro e assessori che hanno imparato a memoria il catalogo dei famosi. La cultura la fa chi soffre e non ha alcun altro modo di affermarsi. Chi rischia il ridicolo, l’incomprensione e l’isolamento, non i leccaculo che ambiscono a splendidi contratti Rai. Uccidete tutti i “presentabili”, le sciacquette e i lecchini - per non parlare dei “figli d’arte” - l’arte e la cultura vogliono dolore e disperazione, lacrime e lotta. Venite avanti cantori della Patria! Cacciamo a calci in culo i parassiti del verbo e i travet della creatività. La bellezza - quando è vera - fa male e toglie il sonno. Di troppo amore non ci si arricchisce, ma si muore con gloria e con onore. |