| Pdl, lascia o raddoppia |
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| Scritto da Marcello de Angelis | |||
| Mercoledì 22 Settembre 2010 21:50 | |||
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Secondo noi non ci saranno scissioni, né elezioni anticipate, né nuove maggioranze. Il governo ha realizzato molto e ha la possibilità di continuare a dare agli italiani le risposte che auspicavano al momento del voto. Ma il Pdl ha mostrato tutte le sue carenze, va rivisto, rimesso a norma e rilanciato Guai a buttare il bambino insieme all’acqua sporca Un primo quanto banale punto da reiterare è che, nelle ultime elezioni politiche, nessuno ha indicato la volontà di mandare un tale o un tal altro in Parlamento. Gli elettori, tutti, sono stati chiamati a esprimere il voto su un simbolo - generalmente equivalente a un progetto - e sovente su un uomo, rappresentante primario di quel progetto e, a volte, candidato a ricoprire la carica di capo del governo. Il tempo dei leader A ben vedere, almeno dal tramonto dei grandi partiti di massa, le formazioni politiche attuali sono costruite intorno a un uomo che le rappresenta: la Lega è Bossi, l’Udc è Casini, l’Idv è Di Pietro, An era Fini e Forza Italia Berlusconi. Le difficoltà della sinistra a trovare un candidato leader si sono concretizzate in ripetute sconfitte. Può piacere o non piacere, ma in quest’epoca politica, dopo decenni di anti-ideologismo, anti-partitismo e infine di anti-politica, è difficile raccogliere consenso su idee e programmi. Nell’era della comunicazione estrema, veloce e ancor più che sloganistica, il personaggio buca, il partito no. Può anche darsi che l’epoca dei partiti carismatici sia terminata. Alcuni facili commentatori lo annunciano (come i metereologi che prevedono maltempo quando inizia a piovere) ma una nuova e diversa fase politica ancora non è iniziata. La coabitazione di due leader in uno stesso partito, il Pdl, ha dato vita sì alla formazione con il maggior consenso della storia della nostra repubblica, ma anche a un plausibile problema di coabitazione. Nell’opinione di molti - non certo dei più superficiali - la coabitazione aveva come fisiologico sbocco una staffetta al vertice, che avrebbe portato nel 2013 un Berlusconi quasi ottantenne a scegliere un ruolo più prestigioso e meno stressante, lasciando il premierato a Fini. Tutto ciò passando per una riforma istituzionale che avrebbe forse modificato le funzioni del presidente della Repubblica e altri punti nodali della nostra Costituzione, ma attraverso una condivisione ampia e il coinvolgimento di tutte le forze politiche. Un occhio al bipartitismo Le cose sono andate diversamente. Interrogarsi sul come e sul perché questo sia accaduto, merita maggiore approfondimento e più ampio spazio, ma per partire da un punto chiaro su cosa possa accadere nell’immediato bisogna tornare alla questione iniziale: chi è stato eletto e per fare cosa. È evidente che, con la legge attuale, nessun parlamentare è stato personalmente investito del ruolo che attualmente ricopre. Come accennato all’inizio, agli elettori è stato consentito di scegliere un progetto, rappresentato da un simbolo grafico e da una sigla, e il nome di una persona che potesse realizzarlo. La maggioranza degli elettori ha indicato nel Pdl il progetto e in Silvio Berlusconi il capo dell’esecutivo. Finché il Parlamento prodotto dalle ultime elezioni e il governo nato da quel voto staranno in piedi, il vincolo di mandato è chiaro. Poi, ognuno potrà fare le sue scelte. È vero anche che secondo la nostra Costituzione il parlamentare non ha l’obbligo di restare legato al partito in cui è stato eletto e mantiene un’autonomia di mandato: l’unico vincolo, in realtà, è la propria coscienza. La volontà diffusa di dare una svolta radicale ai meccanismi politici italiani, creando appunto maggiore stabilità per i governi e quindi tempi adeguati per fare le riforme, ha motivato la scelta della composizione delle liste per “nomina”. Il progetto ampiamente condiviso era quello di realizzare una forma di bipartitismo e di democrazia dell’alternanza di tipo anglosassone, escludendo contestualmente dal Parlamento eventuali terminali di lobby e cosche, ovviamente privilegiati dal meccanismo proporzionale preferenziale. Si riteneva che con la legge attuale i parlamentari fossero maggiormente vincolati al partito che li candidava che a eventuali sponsor extra partito. È fuor di dubbio che dai buoni propositi di questa riforma siano scaturiti anche notevoli effetti negativi, che sono tutti da addebitare a chi della legge ha fatto uso, quindi agli stessi vertici dei partiti. Uno dei punti salienti del progetto in cui si inquadrava la nascita del partito unico del centrodestra, era dunque l’idea di dare alla politica italiana una prospettiva bipartitica. Non solo bipolare, il bipolarismo era già una realtà, ma affinché rimanesse tale era opinione di molti che fosse necessario, data la tradizionale vocazione italiana alla frammentazione, fissare delle regole che rendessero più semplice e più stabile in prospettiva un’alternanza tra due forze maggioritarie. Questo era stato il senso del passaggio dal proporzionale al maggioritario nelle elezioni politiche, con l’esperimento dei collegi uninominali prima e con le cosiddette liste bloccate poi. Il passaggio al maggioritario, e quindi la necessità di fare grandi aggregazioni per prendere un voto più della coalizione avversaria, portava come logica conseguenza la tentazione, se non la vocazione, a costituire grandi partiti che potessero includere quasi tutti, rendere quindi meno nette o meno ideologiche le posizioni, affinché un’identità troppo forte non risultasse respingente ed esclusiva. La Lega e il suo rapporto speciale con Berlusconi è stata ovviamente da sempre un ostacolo non aggirabile, non solo per una prospettiva bipartitica, ma anche per un consolidamento del bipolarismo. La Lega, di qualsiasi coalizione faccia parte, sarà sempre e comunque una cosa a sé, con priorità specifiche e una vocazione al controllo di un’ampia e strategica porzione del territorio. Il fallimento di un polo o di un partito egemone di sinistra, ha ulteriormente bloccato il percorso verso il maggioritario. La tenuta di partiti come l’Idv e l’Udc testimoniano il fallimento del tentativo, ormai vecchio di quindici anni, di modernizzare e semplificare la politica parlamentare. Il bipartitismo è stato seppellito - pare che tutti l’abbiano dimenticato - con la rinuncia, da parte di Berlusconi e del Pdl, di andare fino in fondo con il referendum elettorale del giugno 2009 che prevedeva l’assegnazione del premio di maggioranza al partito anziché alla coalizione. Questa modifica, intesa come clausola di salvaguardia per chi avesse rinunciato all’autonomia per aderire al progetto Pdl, perché il premio al partito sarebbe valso da incentivo a entrare in un partito unico penalizzando invece eventuali satelliti, fu definita da Bossi «una pistola puntata alla testa della Lega». I leghisti chiesero formalmente a Berlusconi di boicottare il referendum - fortemente sostenuto ovviamente da Fini e Giovanardi - accompagnando la richiesta con le abituali minacce di far cadere il governo. Berlusconi ritenne opportuno cedere e annunciò il suo disinteresse per il referendum, con conseguente scarsa partecipazione alle urne. A ben vedere, è da allora che Fini ha deciso di ritornare a “fare politica” in proprio. Nessun partito unico a sinistra L’unico risultato concreto della prima spinta bipolare - a ben vedere - è stato l’espulsione dal Parlamento dei partiti comunisti o ex-comunisti, troppo frammentati per superare la soglia di accesso. Molti comunisti hanno scelto di prendere parte al progetto di un grande partito democratico-laburista, alcuni trasformandosi sinceramente in altro, molti altri restando in osservazione in attesa degli eventi. Appare chiaro che, almeno a sinistra, il tentativo di diventare soggetto maggioritario ha fallito e che nell’immediato futuro assisteremo a una nuova fase che porterà la sinistra a rilanciare un’identità forte. L’antiberlusconismo spocchioso, che ha caratterizzato l’era Veltroni-Franceschini, non ha convinto nemmeno l’elettorato storico, che in parte si è spostato su quello più rozzo dei dipietristi che oggi, è da ciechi non ammetterlo, è più dignitosamente interpretato - almeno secondo la lettura dei mass media - dallo stesso Gianfranco Fini. Moderati e indecisi Il maggioritario ha comportato anche, per semplificazione, il tentativo di conquistare l’elettorato “moderato”, categoria sicuramente più politologica che politica. Chi fa politica, anzi, sa che questa categoria è inesistente, perché nessuno vota per moderazione. In realtà, chi è solo “moderatamente convinto” semplicemente si astiene. Tecnicamente parlando, la zona grigia dell’elettorato è quella degli indecisi, costituita da elettori non fidelizzati da nessun partito, cittadini disinteressati o delusi e, storicamente nel nostro Paese, dal big bang del cosiddetto voto clientelare che si è atomizzato con la fine dei partiti della Prima Repubblica. Gli indecisi si conquistano con la speranza più che agitando paure e il successo personale di Berlusconi come imprenditore ha senz’altro veicolato l’idea che un tale uomo potesse portare ogni italiano con sé verso ulteriori e risolutivi successi. Ai delusi e agli scettici bisogna mostrare risultati. La risposta al voto clientelare, purtroppo, è il coinvolgimento di personalità strutturalmente votate al condizionamento clientelare: operazione assolutamente pericolosa e francamente un pessimo segnale nei confronti di chi auspicasse un vero rinnovamento. Berlusconi e il Pdl sono risultati inizialmente appetibili anche per molti dei settori influenti (definirli “poteri forti” in Italia è ridicolo) che ritenevano a giusto titolo che l’Italia necessitasse - e necessiti ancora - di riforme strutturali. Berlusconi aveva senz’altro la volontà di operare radicali cambiamenti e il Pdl aveva i numeri per sostenere tali riforme. Oggi gli indecisi tornano a crescere e i sondaggi recenti registrano un ulteriore abbandono da parte di elettori del Pdl nauseati dalla bagarre di questi ultimi mesi. Inoltre sembra che la capacità di fare riforme sia stata vanificata. Berlusconi, dicono in molti, è in politica da sedici anni e la possibilità che realizzi le riforme scemano con l’andare del tempo. I risultati del Pdl Ma la stagione del Pdl, seppur breve, ha già realizzato dei cambiamenti sostanziali nella politica italiana. C’è anzi da chiedersi perché mai qualcuno possa prendere in considerazione la possibilità o necessità di buttare a mare uno storico risultato elettorale - non solo quello delle politiche ma anche la serie di vittorie successive - per questioni che non sembrano davvero così profonde e irrisolvibili. Va detto, inoltre, che la serie di vittorie del Pdl non hanno dato vita solo a gruppi parlamentari che possono variare di consistenza e composizione, ma hanno generato una diversa - anche se non sempre nuova - gestione della cosa pubblica a tutti i suoi livelli: nelle amministrazioni locali, nelle associazioni di categoria, negli enti pubblici e nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione e nella funzione pubblica. Se domani sparisse il Pdl, tutto rischierebbe di essere rimesso in discussione. Non sarebbe la prima volta, certo, ma si tratterebbe comunque di un salto nel buio. Le contingenze economiche mondiali e nazionali non sono esattamente le condizioni ideali in cui una crisi istituzionale di sistema possa ritenersi auspicabile… Certo, l’idea di una rivoluzione culturale e istituzionale è sempre allettante, soprattutto per gli inguaribili ottimisti che pensano che qualsiasi cambiamento debba essere sempre per il meglio, ma l’età insegna a essere prudenti. Perché alcuni vorrebbero andare oltre Quali sono oggi le “suggestioni” di una rivoluzione culturale? Certamente la possibilità di pensare la politica al di fuori degli schemi novecenteschi destra/sinistra può essere allettante. Le due categorie sono invecchiate e hanno perso di senso, soprattutto per gli elettori e innanzitutto a partire dalla fine del mondo bipolare, che manteneva un dualismo obbligato anche nei riferimenti culturali e politici. La categoria “destra” ha subito certo un destino più gramo, in questo gioco al superamento. Storicamente perché la delegittimazione dell’opposizione destra/sinistra è sempre stata una costante del pensiero critico “a destra”, mentre la sinistra ha sempre considerato questa autodefinizione come una fonte quasi ineludibile di sopravvivenza identitaria. Noi, insomma, abbiamo sempre percepito l’essere definiti “destra” come una limitazione della nostra identità - che si voleva nazionale e popolare e quindi rappresentativa del tutto e non di una parte - mentre la sinistra, se cessa di essere tale, non sa più cosa essere. Ma il “marchio” destra, nell’arretrare elettorale della sinistra ma soprattutto nel tentativo di smarcamento dei leader della destra - Fini è stato il più “notevole” in questo, ma quasi tutti gli sono andati dietro con dichiarazioni di ogni tipo - è divenuto una categoria residuale con una seppur piccola attrattiva elettorale, che in molti hanno tentato di sfruttare. Un Pdl da rifare Che il Pdl non abbia “funzionato” è un dato conclamato, ma il fallimento dello strumento non comporta necessariamente che il progetto fosse sbagliato. Forse oggi quel progetto è meno chiaro, forse le suggestioni iniziali si sono un po’ annebbiate, ma il senso di responsabilità ci impone, prima di buttare il bambino con l’acqua sporca, di verificare se effettive possibilità di rilancio o di ripartenza esistano o se davvero siamo alla vigilia di una crisi irreversibile. Per far questo però, sempre per senso di responsabilità, bisogna essere severamente sinceri, non cedere a ipocrisie o alla tentazione di prendere in giro gli altri o peggio ancora se stessi, non abbandonarsi alla tentazione vile di essere tolleranti con se stessi e intolleranti con gli altri, non cercare capri espiatori o addossare ad altri le responsabilità dei propri fallimenti. Dire che il problema era o è Fini è da stupidi oltre che da disonesti. Una comoda foglia di fico che ha aiutato molti a nascondere le proprie responsabilità e a mestare nel torbido. Anzi, il fatto che strumentalmente qualunque tentativo o anche solo richiesta di riflessione su ciò che non andava nel Pdl fosse stata ricondotta inesorabilmente a strategie o influenze finiane, è servito in prima istanza a impedire che le persone di buona volontà potessero avanzare critiche costruttive. La caccia al finiano, ottusa quanto ipocrita, ha creato un clima di timore e di disarmo che ha portato anche i migliori a chiedersi se valesse la pena di esporsi e rispondersi, per la maggior parte, che tanto valeva stare in silenzio ad aspettare gli eventi. Il contrario cioè della politica. Il Pdl, che non è un partito, ha così rinunciato da subito a essere un movimento politico. I parlamentari si sono rassegnati a essere azionatori di pulsanti - dato che è stato chiarito abbastanza presto che l’iniziativa politica spettasse solo al governo e non fosse richiesta alle Camere che un’azione di ratifica - mentre gli amministratori, a tutti i livelli locali, si sono ben presto resi conto che non esisteva un partito che esercitasse un controllo politico sul loro agire, con le ovvie, logiche e funeste conseguenze che ognuno può comprendere. I vertici locali del Pdl, in particolare molti coordinatori regionali, si sono trovati nel pieno, insindacabile e autonomo controllo di un patrimonio di legittimità da esercitare secondo totale arbitrio. Come proconsoli romani dopo la caduta di Roma. Nella mente di alcuni si trattava piuttosto di una specie di franchising, ma chiunque l’abbia concepito doveva essere digiuno di politica o era un folle. La conseguenza è che ognuno governa per nome e per conto del Pdl, ma rispondendo solo alle proprie contingenze e ai propri interessi. Se qualcuno gestisse così una società, finirebbe prestissimo in tribunale, senza sapere nemmeno di cosa dover rispondere. La “ripartenza” Indipendentemente dalla risoluzione della scissione eventuale ed evitabile dei variegati “finiani”, resta la consapevolezza di tutti che il Pdl valga la pena di essere preservato con tutti i suoi risultati e, se possibile, curato da tutti i suoi mali. Il gioco dell’estate - stupido come tutti i giochino estivi - è stata la ridda di ipotesi, tutte già digerite, trite e risultate impraticabili. Le elezioni anticipate non sono auspicate veramente da nessuno, perché ognuno ci perderebbe: Berlusconi è stato avvertito che alle sue dimissioni non seguirebbe necessariamente uno scioglimento delle Camere e che le tentazioni di inventarsi governi tecnici o istituzionali è molto diffusa; la sinistra non è affatto certa di avere speranze di vittoria senza una vera rifondazione e il tempo necessario per metabolizzarla; la Lega, apparentemente premiata nei sondaggi, lo è a scapito del Pdl, quindi la sua crescita non frenerebbe un’eventuale sconfitta del centrodestra, e in caso di governi tecnici loro sarebbero fuori; le prove di Terzo Polo non sembrano essere andate oltre la fase teorica e i tentativi di far entrare l’Udc nella maggioranza non hanno avuto esiti, frenati anche dai leghisti, che hanno capito che i numeri di Casini non servano a sostituire eventuali emorragie finiane, ma a bilanciare le loro pressioni su un Berlusconi che non è poi più tanto convinto che il matrimonio con Bossi sia indissolubile o possa andare avanti con perenni ricatti e minacce. L’Italia ha bisogno di almeno altri due anni di stabilità politica per scongiurare il rischio Grecia. Nessuno vorrebbe buttare da cavallo Berlusconi per saltare in sella a un cavallo moribondo e prendersi la responsabilità del suo decesso. Il governo del Pdl, insomma serve a tutti. Finora pare che nessuno abbia compreso il dato politico della crisi, preferendo interpretazioni da Novella2000, distribuendo insulti e mettendo il fango nel ventilatore. A nessuno è saltato in mente che questo approccio finisse per delegittimare non già uno o più esponenti, bensì un partito intero. A nessuno, eccetto a chi appartiene alla vituperata categoria dei politici professionisti. Berlusconi resta il leader, ma dovrà riprendere ad ascoltare la politica, anziché l’occasionale consigliere che passa per Palazzo Grazioli. Le proposte estive, come la campagna “adotta un finiano” in cui ogni esponente del Pdl, sotto l’ombrellone, doveva convincere un suo collega parlamentare dissidente a rientrare nei ranghi è stato una delle tante riprove che proprio non si riesce, nel Pdl, a parlare seriamente di politica. La scelta recente di affidare a esponenti della Lega il ruolo di mediatori col cofondatore del proprio partito, poi, lascia senza parole. Eppure dalla crisi si uscirà, perché non c’è alternativa. Il peggio che potrà succedere, però, è che dopo tutto questo rumore si cambi tutto per non cambiare niente.
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